lunedì 10 agosto 2015

LIBRI: Bisaccia Eroica (vita del Beato Felice da Nicosia) di Icilio Felici

Santo Felice da Nicosia

Filippo Giacomo, terzo di tre figli nacque a Nicosia il 5 novembre 1715, da Filippo Amoroso e da Arcangela La Nocera, fu battezzato lo stesso giorno della nascita alla Fonte della Chiesa Madre di S. Nicolo, che il 17 marzo 1816, da Pio VII, creata la Diocesi di Nicosia (primo vescovo fu Mons. Gaetano Maria Avarna), diverrà Cattedrale. La madre in memoria del marito, morto il 12 ottobre dello stesso anno, volle chiamarlo anche Filippo.
L’infanzia
Fin dai primi anni di vita, dalla madre fu educato alle virtù cristiane: la carità, la fiducia nella provvidenza di Dio e la preghiera. La madre lo accompagnava nella vicina Chiesa di San Nicolo e con semplici parole iniziava il suo bambino ai misteri della fede. Una educazione cristiana intessuta d’amore e sostenuta dall’esempio, ha preparato in Filippo Giacomo il fertile terreno nel quale il Signore ha seminato abbondantemente la sua grazia, poi fiorita e accresciuta nei frutti della santità. Nonostante la povertà della famiglia, la madre educava il piccolo Filippo Giacomo e i suoi fratelli a condividere il pane con i bambini più poveri del quartiere.
La giovinezza e il lavoro
Appena fu in grado di apprendere un mestiere, imparò l’arte del calzolaio nella bottega di Mastro Giovanni Ciavirella e poi di Mastro Ambrogio Mirabella, distinguendosi per l’impegno nel lavoro, nella preghiera e nel buon esempio. Questa fu la sua scuola e la fonte dell’onesto guadagno per contribuire alle necessità della famiglia.
L’ingresso in Convento
Avendo sperimentato per tanti anni la spiritualità francescana nella Confraternita del Terz’ordine francescano detta dei ‘Cappuccinelli’, che aveva sede nella chiesa dei Miracoli, e avendo frequentato il convento, all’età di 28 anni fu accolto tra i Frati Minori Cappuccini e vestì l’abito religioso nel convento di Mistretta, dopo sette o otto anni di rifiuti (per probabili disposizioni restrittive del Governo Borbonico e anche per verificare la solidità della sua vocazione) e di fiduciosa attesa. Il 10 ottobre 1743 iniziò l’anno del noviziato col nuovo nome di fra Felice da Nicosia. Tale nome gli fu dato in onore di San Felice da Cantalice (Rieti), primo santo cappuccino, vissuto dal 1515 al 1587, esattamente due secoli prima. Molti momenti della vita di fra Felice si presentano in perfetto parallelismo con quelli della vita di S. Felice.
Risulta evidente il passaggio dalla ricchezza alla povertà vissuto da Francesco d’Assisi, e qualcuno, a proposito difra Felice, si potrebbe chiedere come un povero calzolaio abbia potuto scegliere la povertà francescana. Può darsi che a quel tempo i calzolai non fossero tra gli artigiani più poveri, considerando la molteplicità di botteghe e di lavoratori e apprendisti. Certo non erano tra gli artigiani più ricchi
Linee di un volto tra la storia e la fede
La bisaccia e il cilicio, l’orto e l’altare, la fraternità e la libertà dell’autoironia, la Chiesa e la Città furono le coordinate della vita di fra Felice. Servizio e penitenza, lavoro e preghiera, comunione fraterna e perfetta letizia. Terminato l’anno di noviziato, fu destinato al convento di Nicosia (trasformato in carcere in seguito alle leggi eversive del 1866), dove fu ortolano, cuoco, calzolaio, infermiere, portinaio e soprattutto questuante. In convento accettò con pazienza le umiliazioni che il Guardiano, padre Macario, credette di dovergli imporre sistematicamente per provare la sua umiltà. Si sottopose volontariamente a digiuni, veglie e rigorose penitenze oltre a quelle previste dalla Regola.
Nei suoi quotidiani contatti con il popolo fu generoso nel dare buoni consigli, pane e prodigi che gli meritarono grande fama a Nicosia e nei paesi vicini.
La morte
Il 31 maggio 1787, si sparse la notizia che fra Felice era prossimo alla fine.
Gente di ogni condizione sociale accorse al colle dei Cappuccini per vedere ancora una volta un volto familiare, un volto amico. Il convento si riempì di un respiro di ansia e di speranza, di dolore e di desiderio di vedere spegnersi la candela di una vita che si è consumata nell’amore e cogliere l’accendersi di una nuova luce tra i santi di Dio. La campana segnava l’Ave Maria quando fra Felice, obbediente fino alla morte, chiese a Padre Macario, guardiano del convento, il permesso di fare, dopo tante partenze per la questua, l’ultimo viaggio del pellegrino cercatore di Dio. Rifiutato più volte il “permesso” per saggiare ancora una volta la tempra di fra Felice, intorno alle ore 20 Padre Macario si sentì annunciare dal medico, il dottore Nicolo De Luca, che lo visitò: «Padre, io trovo che fra Felice ha cessato di vivere almeno da tre ore. E intanto parla; ma chi parla non può che essere il suo spirito: il sangue ha cessato di circolare da tempo». Allora, dando libero sfogo alla commozione, Padre Macario, che l’aveva chiamato sempre «fra scontento», disse: «fra Felice, è volontà di Dio che partiate da questo mondo: io vi do la benedizione». Ricevuta la benedizione, mormorò con un fil di voce: «Sia per l’amor di Dio!» e chinò il capo. Nel disporre la salma, furono tolti i cilici, uno di essi portò via i brandelli di carne, tanto era penetrato dentro! Quelli che per noi sono incomprensibili strumenti di tortura, per fra Felice, secondo i modi espressivi della vita penitente del suo tempo, erano strumenti di più intima partecipazione alla passione di Cristo. Composta la salma, più volte fu rivestita perché il saio e il cingolo venivano tagliati dalla gente per averne reliquie. Fu necessario disporla su un alto catafalco e protetta da alcuni alabardieri della città.
Da Nicosia e dalle sue campagne, e dai paesi vicini e lontani, Sperlinga, Cerami, Cesarò, Mistretta, Ceraci, Gangi, S. Mauro Castelverde, Capizzi, Troina…, si mosse una gran folla di devoti che vollero visitare le spoglie mortali. Per tre giorni le campane, anche quelle «riservate» per la morte dei Papi, con i loro rintocchi segnarono il dolente silenzio che era sceso nelle strade tante volte percorse da fra Felice. Al momento della sepoltura nelle catacombe, fra Onofrio da Castelbuono, presente fra Serafino da San Mauro Castelverde, volendo verificare ancora una volta la famosa obbedienza di fra Felice, «strappò» un prodigio dicendo: «Fra Felice, come foste con noi obbediente in vita, siatelo anche da morto», e recisa una vena ne vide sgorgare abbondante sangue vivo, che venne prontamente raccolto con fazzoletti e con teli. Ma già prima di questo prodigio, nei tre giorni in cui la salma era stata esposta, tre bambini, uno zoppo in seguito a una caduta, uno paralizzato agli arti inferiori e uno storpio in tutti gli arti, in momenti diversi, vennero completamente guariti e resi capaci di camminare.
I MIRACOLI
La straordinaria ordinarietà
I miracoli, dono che Dio talvolta si compiace realizzare anche attraverso alcuni suoi figli (i “santi”), si collocano in un contesto di fede o suscitano la fede. Anche il Beato Felice, come attestano numerose testimonianze, è stato scelto da Dio per beneficare gli uomini.
Al di là di episodici casi straordinari (bilocazione, levitazione), i miracoli che egli ottiene da Dio sono la risposta ai bisogni che incontra quotidianamente, sono interventi divini che permeano la vita di ogni giorno nella modestia e quasi irrilevanza dei suoi fatti ordinari, quasi a far risaltare più la sua esperienza di unione con Dio condotta nella semplicità e ordinarietà della vita di ogni giorno.
Tra i tanti ne ricordiamo alcuni: l’acqua presa col paniere, su comando di P. Macario, per offrirla al Vicerè di Sicilia, Duca Eustachio di Viefuille; la colomba restituita alla vita, che l’eremita di San Michele, suo amico, glia aveva offerto già uccisa affinchè la mangiasse e potesse riprendere energie, perché debilitato a causa di una lunga malattia; la botte risanata e il vino recuperato nella casa di una benefattrice del convento, il cui marito alla vista del prodigio cambiò vita; la liberazione della fattoria di un certo Carmelo Falco dalla presenza del maligno presentatesi sotto le sembianze di un giovane e robusto operaio.
Diffusasi la fama della sua santità e dei miracoli compiuti in vita, cominciarono i pellegrinaggi alla sua tomba. Il primo miracolo, accertato dopo la morte, riguarda il palermitano Vincenzo Abate, scaricatore di porto, affetto al braccio destro da artrite cronica fungosa, tumore bianco. Il signor Abate, dopo aver pregato dinanzi all’immagine di fra Felice esposta nel convento dei Frati Cappuccini di Palermo e avendo tenuto per un’intera notte un’ immaginetta di fra Felice sul braccio malato, l’indomani si alzò dal letto perfettamente guarito e potè ritornare al suo consueto lavoro. Il secondo miracolo avvenne ad Adrano, il frate cappuccino, sac.Giuseppe Antonio, affetto da un tumore, dopo aver subito diversi interventi chirurgici senza esito risolutivo, sembrava ormai prossimo alla fine, ma un confratello, offrendogli una reliquia di fra Felice, disse: «Eccole, padre, la medicina vera, se la metta addosso e invochi con fede questo nostro confratello». L’indomani il medico curante costatò che la fìstola era scomparsa senza lasciare traccia.
Le due guarigioni venero esaminate da una commissione scientifica e furono dichiarate miracolose.
Il 12 febbraio del 1888, il papa Leone XIII lo proclamava “beato”.
I LUOGHI
Nicosia, la sua città natale custodisce la casa che la tradizione ci consegna come la modestissima casa natale del Beato Felice, che nel 1954 divenne luogo di preghiera (il 5 di ogni mese, giorno della nascita, vi viene celebrata l’Eucaristia). La cattedrale conserva il Fonte Battesimale, i registri che contengono l’atto di matrimonio dei genitori, l’atto di battesimo del Beato Felice, presenta alcune reliquie ‘ex ossibus’ accompagnate da una sua immagine dipinta e la lapide che ricorda il luogo della deposizione delle reliquie, dopo la soppressione del convento. Nel convento trasformato in carcere si conserva l’area della cella in cui è vissuto il Beato Felice e si indica anche il luogo in cui sorgeva il pozzo da cui attinse l’acqua col paniere.
Nella nuova chiesa di “S. Maria degli Angeli” si custodiscono parte delle reliquie, gli strumenti di peni
tenza e gli oggetti appartenuti al B. Felice.
Qui se ne cura il culto e la devozione: la veglia di preghiera il 31 maggio di ogni anno per ricordaren il transito; la memoria liturgica il 2 giugno; e la festa cittadina la prima domenica di settembre, che dal 2000 vede impegnata l’associazione “Fraternitas B. Felice”, che ha come finalità la formazione cristiana dei membri e la diffusione della devozione al Beato.
Mistretta (Messina)
Nella chiesa di “S. Francesco” già dei Cappuccini (persa con la soppressione e ora della Diocesi di Patti), ove il Beato Felice visse il suo noviziato, se ne cura la devota memoria. Per diversi anni si è fatta la festa cittadina l’ultima domenica di luglio. La memoria è inserita anche nel calendario liturgico
della Chiesa locale di Patti.
Cerami (Erma)
In occasione di una epidemia (marzo 1777) anche Cerami sperimentò la miracolosa intercessione del Beato Felice e da allora ne conserva in ricordo. -”
Giarre (Catania)
Dimorando per qualche tempo nel convento di Acireale, il Beato Felice si trovò a passare per la centralissima Via Gallipoli di Giarre, nella quale abitava una donna in grave pericolo per un parto difficile, e, interessato al caso, si recò da lei e invocando l’aiuto dell’Immacolata, la donna subito partorì felicemente. Questo fatto spiega la devozione al Beato Felice anche a Giarre.
Gangi (Palermo) e Sperlinga (Enna)
La devozione al Beato Felice si è espressa per tanti anni con un pellegrinaggio notturno a piedi da Gangi e da Sperlinga, e ancora adesso molti mantengono tale tradizione.
Rocca di Caprileone (Messina)
Da quarant’anni, l’ultima domenica di agosto si celebra la festa cittadina voluta dal defunto Sindaco Giuseppe Grasso e dall’allora vicepostulatore Fr. Gregorio da Troina.
IL CULTO E L’ICONOGRAFIA
La beatificazione
Centun’anni dopo, svoltosi il processo canonico, il 12 febbraio del 1888 papa Leone XIII lo proclama “beato”. In quel giorno tutte le campane di Nicosia proclamavano la gloria del suo figlio illustre e la gioia del suo popolo fedele. Se ne diffuse il culto nella Diocesi di Nicosia e nelle nazioni dove erano presenti i Frati Cappuccini.
Attualmente la memoria liturgica è inserita nel calendario liturgico di Sicilia al 2 giugno e in tutto L’Ordine dei Frati Cappuccini il 29 maggio.
Il decreto di Compatrono di Nicosia
Dopo tanti anni, la comunità ecclesiale di Nicosia vede realizzato il suo ardente desiderio: il 18 luglio 2001 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha confermato il decreto emesso, il 31 maggio 2001, da S. E. Mons.Salvatore Pappalardo che vede il Beato Felice da Nicosia «Patronum secondarium apud Deum civitatis Nicosiensis». Detto decreto viene proclamato il 2 settembre dello stesso anno.
L’alba della canonizzazione
L’attuale vicepostulatore, fra Luigi Saladdino da Troina, da alcuni anni ha curato la devozione del Beato Felice, ha promosso un convegno di studi storici dal titolo «II Beato Felice da Nicosia e il suo tempo», e, avendo rintracciato il Processo diocesano su un presunto miracolo avvenuto a Tusa, Diocesi di Patti, agli inizi del 1900, lo ha trasmesso al postulatore dell’Ordine Cappuccino, fra Florio Tessari, il quale ha provveduto a presentarlo alla Congregazione per la causa dei santi la Positio super miraculo.
Frate Felice da Nicosia – La vita del Santo di Cristina Puglisi
Scrivere della vita di un uomo è un esperienza alla quale ci si avvicina con discrezione e timore perché è difficile raccontare di qualcuno cercando di farne emergere le caratteristiche senza invadere il terreno dell’intimità e senza tergiversare dall’essenza della persona.
Tuttavia nel caso di quel gigante umano che è stato Frate Felice da Nicosia scrivere della sua vita, anche se in un breve compendio come questo, che lo raffigura nei tratti salienti, è stato particolarmente difficile perché accanto al desiderio di riuscire a dire il più possibile c’era il timore di non riuscire a cogliere e, quindi, a trasferire l’essenza della sua santità.
Nella speranza di essere! riuscita, o quanto meno di essermi approssimata il più possibile, voglio ringraziare tutti coloro che con le loro riflessioni, con le loro interpretazioni, con i loro suggerimenti e anche con il silenzio hanno contribuito alla stesura di questo scritto; in particolare ringrazio i Frati Cappuccini di Nicosia per la disponibilità e l’affetto con cui hanno accolto l’idea di questo lavoro e per l’esempio di semplicità e modestia che ci trasmettono.


‘Bisaccia Eroica’ by Icilio Felici
  La “Bisaccia eroica” è il tessuto meraviglioso della vita di un figlio autentico della Sicilia, che della sua isola rispecchia insieme l’ardore e il misticismo; che figlio di un ciabattino anch’esso indossa un giorno il rozzo saio dei Cappuccini e continua l’apostolato dell’amore già iniziato sul deschetto del calzolaio; che col suo motto “sia per l’amor di Dio” sostiene giocondamente le più dure tribolazioni, sciogliendo il cantico della perfetta letizia; che, frate cercatore, passa di porta in porta chiedendo quella elemosina, che compensava largamente col suo sorriso e colle ‘benedizioni fatte discendere su quei focolari; che si ritiene l’asino del convento e si sottopone a tutte le fatiche, a tutti i lavori e pur troppo anche a tutte le umiliazioni; che, protetto e favorito visibilmente da Dio, semina sempre e dovunque a larga mano strepitosi miracoli con una disinvoltura sorprendente, come se si trattasse della cosa più naturale; che, informato dallo spirito serafico, riassume in sé tutte le qualità, le virtù e i pregi di una lunga serie di laici francescani, tipi caratteristici di religiosi, ricercati, amati e venerati dal popolo, perché in essi vede realizzato il più puro ideale evangelico.
Tutti ammirabili questi laici francescani! Ne ho conosciuti tanti, ne ho letto le biografie, ne ho indagato le virtù e i miracoli per ragioni di ufficio, ne ho esaltato molte volte sui pergami la santità, dopo che la Chiesa aveva ornato la loro fronte del nimbo dei Beati o della aureola dei Santi; e li ho trovati tutti della stessa tempra e della stessa potenza attrattiva.
In ciascuno di essi è la carità che si prodiga, senza limiti e senza risorse, su tutte le miserie; l’obbedienza che non ammette discussione, anche quando importi sacrifici superiori alle possibilità dell’umana natura; la povertà più squallida che giunge al più assoluto distacco da qualsiasi bene terreno; la rassegnazione a tutte le sventure, fatta senza querimonie o rimpianto; l’umiltà che rende tanto meglio gradite le ingiurie, quanto più sono sanguinanti; la penitenza più eroica inflitta alle proprie carni, perché queste non attentino alla libertà dello spirito; la semplicità più spigliata che non conosce le ipocrisie ne le astuzie del secolo, e procura a questi laici un titolo particolare di superiorità.
Fra Felice da Nicosia, uguale ai suoi confratelli laici nei vari generi di lavoro, nel fervore della preghiera, nella virtù costantemente esercitata, nel tempo stesso conserva una sua speciale e caratteristica fisionomia, che rese più bello e più simpatico l’apostolato, col quale conquistò anime al regno di Dio.
Cardinale Carlo Salotti

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