domenica 27 marzo 2016

LIBRI: Brutti Cinesi di Bo Yang - Editrice Pisani

 Brutti cinesi
Bo Yang non esita a tratteggiare i difetti e le mancanze del "tipico cinese", mettendo in luce i tratti più marcati e bizzarri della cultura popolare cinese. I testi raccolti in questo volume sono un miscuglio di psicologia popolare, analisi politiche, aneddoti divertenti e pieni di umorismo; il risultato è una satira pungente e al tempo stesso piena di affetto, un incitamento continuo rivolto ai suoi connazionali a conoscersi e confrontarsi con i propri difetti e, perché no, a riderci su.

mercoledì 23 marzo 2016

LIBRI: La pianta del pane di Biancamaria Frabotta - Mondadori

La pianta del pane

Dopo aver compiuto, con "La viandanza", un viaggio lirico alla ricerca delle proprie origini, Biancamaria Frabotta si dedica con questa raccolta di poesie a una lettura di quello che è l'amore coniugale, offrendo al lettore versi che sanno trasformare in aperta luce quello che il luogo comune vorrebbe consegnare all'opacità del quotidiano

LIBRI: Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita di Giulio Cesare Giacobbe - Ponte delle Grazie


Dietro a questo titolo provocatorio si nasconde un manuale "prêt-à-porter" che i nevrotici, o aspiranti tali, dovrebbero tenere in tasca. Esso utilizza tecniche yoga, buddhiste e zen, praticate da secoli dagli orientali (evidentemente anche loro nevrotici) ma esportabili anche a noi poveri uomini e donne dell'occidente. La nevrosi ci sommerge di ansie e di paure che ci impediscono di gioire della vita e dei rapporti con gli altri. Eliminando il pensiero nevrotico (le seghe mentali) e ritornando a quella realtà da cui esso ci allontana, possiamo imparare a godere delle vita e delle cose che ci stanno intorno. L'autore insegna Fondamenti delle discipline psicologiche orientali all'Università di Genova.

lunedì 21 marzo 2016

LIBRI: Dialogare con Dio di Chiara Amirante - Piemme


In questo piccolo manuale per imparare l'arte di ascoltare e parlare con Dio, il lettore troverà non solo un trattato di vita interiore, ma anche preziosi esercizi pratici per coltivare la spiritualità. Una lettura ispirata e ispirante, che affascinerà non solo i credenti, ma anche tutti coloro che ambiscono ad affinare la dimensione contemplativa della vita quotidiana

venerdì 18 marzo 2016

LIBRI: I limoni d'oro di Giovanni Trovato - Arnoldo Mondadori Editore

I limoni d'oro - libri - dispense - fumetti Torino
Una città' della Sicilia, un ragazzo cresciuto in un ambiente oppressivo, la promessa quasi inconsapevole di votarsi a Dio; anni dopo, il missionario che ha gettato la toga alle ortiche affronta la persecuzione, il tenace ostracismo della società' che si e' sentita tradita dal suo abbandono... Oggi Trovato e' un grande uomo d'affari, l'Onassis dei profumi, esporta in tutto il mondo l' essenza di limoni indispensabile in profumeria.

domenica 13 marzo 2016

INFORMAZIONE: Loggiato San Bartolomeo - Palermo



Il Loggiato San Bartolomeo, in corso Vittorio Emanuele, a pochi metri dalla monumentale Porta Felice che segna la fine dell’antico ‘Cassero’, era in origine parte integrante di un ospedale, edificato nella prima metà del XIII secolo dalla confraternita di San Bartolomeo.
Dalle fonti storiografiche ed iconografiche la configurazione attuale del Loggiato risale al 1608, anno in cui il viceré marchese di Vigliena patrocinò l’ampliamento del complesso, dotandolo di un grandioso cortile ed adornandone la facciata con elementi in pietra intagliati.
Ed è proprio questa parte, aggiunta in un secondo momento e probabilmente adibita prima a padiglione per la degenza dei malati infettivi, poi a ricovero per i bambini abbandonati sulla “ruota degli esposti”, che è arrivata ai nostri giorni, sottraendosi agli attacchi del tempo.
In seguito ai bombardamenti del maggio 1943, infatti, dell’antico ospedale rimase soltanto il seicentesco loggiato a due ordini, con prospetto sul Foro Umbert I, scandito da lesene che inquadrano, al primo ordine, archi a tutto sesto e, al secondo, archi dal profilo sinuoso: a coronamento una balaustra traforata che ritaglia spicchi di cielo.
Laboriosi e accurati sono stati i restauri promossi e finanziati dalla Provincia e conclusi dieci anni fa. Tutte le strutture in pietra sono state ripristinate secondo le tecniche più moderne e l’originaria profondità dell’edificio è stata recuperata e valorizzata con la realizzazione di grandi vetrate, assolutamente trasparenti, che fanno leggere l’interno come un suggestivo libro di memorie, trasformando le ampie navate in lunghi e luminosi ballatoi protesi sul mare. Gli interventi di restauro condotti dalla Provincia hanno disegnato e sancito dunque un nuovo rapporto tra il monumento e il contesto urbano circostante. Attualmente il secondo e terzo piano ospitano ampi saloni per eventi d’arte di grande rilievo, mentre il piano terra e il piano ammezzato sono stati adibiti a spazi per mostre documentarie e esposizioni fotografiche. Ma è nella pittura e nella scultura contemporanee che il San Bartolomeo ha trovato la sua vocazione più compiuta: dal 1998, anno della riapertura al pubblico, ad oggi, si sono succedute personali, antologiche e collettive di primo piano. Solo per citare alcuni nomi: Tano Festa, Renato Mambor, Emilio Greco, Giacomo Manzù, Pedro Cano, Croce Taravella, Giuseppe Modica, Piero Guccione, Gregorio Botta, Alessandra Giovannoni, Antonio Miccichè. Fino alla recente mostra di Igor Mitoraj, lo scultore franco-polacco ma ormai italiano d’adozione, che ha portato nei saloni di corso Vittorio Emanuele una summa della sua opera più apprezzata e controversa: ovvero i bozzetti preparatori per le monumentali porte in bronzo della basilica S.Maria degli Angeli di Roma (ex Terme di Diocleziano). In esposizione, anche i bozzetti delle scene e dei costumi ideati e realizzati per gli allestimenti di Tosca e Manon Lescaut.
E proprio di fronte l’ala ovest del San Bartolomeo, per suggellare il suo amore nuovo e speciale con la città di Palermo, Mitoraj ha lasciato una testimonianza permanente: una scultura in bronzo alta tre metri e battezzata Eroe elimo, dedicata al mito del soldato della Magna Grecia e idealmente alla millenaria storia del mare che si stende nel fronte del Foro Umberto I.

INFORMAZIONE: Palazzo Sant'Elia - Palermo



Con l’arrivo in Sicilia del primo primo viceré spagnolo, Palermo diviene la capitale del governo viceregio, ed enormi somme vengono destinate al rinnovamento della città e al suo sviluppo urbanistico e monumentale. Ai primi del ’600 si realizza il “taglio” di via Maqueda (dal nome del viceré Bernardo de Cardines, duca di Maqueda che ne tracciò il percorso) che, intersecando il Cassaro divide la città in quattro parti “Mandamenti” attuando a scala urbana un’astrazione geometrica legata ad ideali formali di decoro e teatralità, tipicamente barocche. La “Nuova Strada” diviene subito la direttrice principale lungo la quale le casate nobili più in vista possono gareggiare nell’ostentazione del proprio fasto e magnificenza per mostrare ciascuna il proprio potere economico e politico. Nell’arco di un secolo vengono erette ai suoi lati due magnifiche quinte architettoniche, formate da palazzi aristocratici e chiese di ordini religiosi.
In un periodo dove l’apparire è più importante dell’essere non poche famiglie estenuano il proprio patrimonio in questa corsa tanto folle quanto sfrenata che lascia, però ai posteri, un centro storico tra i più grandi e belli d’Italia.
Palazzo Celestri di S. Croce e Trigona di Sant’Elia con i suoi oltre 75 metri di prospetto e i suoli 15 balconi arricchiti da ringhiere a petto d’oca, non è solo uno degli edifici più grandi della città ma è il paradigma architettonico delle sue prestigiose dimore barocche.
La costruzione, su preesistenze cinque-secentesche, risale al 1756, per volere di Giovanbattista Celestri, primo marchese di Santa Croce che dette apposito incarico all’architetto Nicolò Anito, Ingegnere Regio che iniziò con la costruzione del portale principale e della facciata su Via Maqueda prendendo il posto di alcuni corpi bassi e del giardino. Sempre l’Anito disegnò la nuova distribuzione interna con l’infilata delle anticamere sulla Strada Nuova fino alla sontuosa Galleria, con le retrocamere sul Piano degli Scalzi, mentre il quarto d’udienza fu posto tra i cortili.  I lavori furono conclusi nel 1765 dall’architetto Giovanbattista Cascione che aveva affiancato l’Anito sin dal 1757, subentrandogli nel 1760 data in cui si iniziò la realizzazione del magnifico cortile d’onore e le opere di “abbellimento della facciata” con l’introduzione di un intonaco a finto marmo negli sfondati, e di una finitura ad imitazione del mattone nelle porzioni sovrastanti i timpani e nel cornicione tra le finestre d’attico..
Al contempo con la costruzione delle volte dei saloni uno stuolo di artisti più o meno noti si dedicò alla decorazione pittorica. Ottavio Violante, allievo del Serenario, fu incaricato della decorazione del medaglione centrale della Galleria raffigurante una allegorica scena mitologica. Altre parti dello stesso affresco furono decorate da Rocco Nobile mentre gli stucchi furono eseguiti da Aloisio Romano. Lo stesso Rocco Nobile si incaricò dell’affresco della prima e della terza anticamera, mentre Mariano Di Paola, Pietro Bilardi e Nicolò Noto decorarono la seconda. I due cortili, le due scale, l’organizzazione su tre livelli, la successione degli ambienti, gli affreschi dei saloni, le statue e gli stucchi danno l’idea molto precisa di una società dove la realtà era un grande palcoscenico in cui ogni atto della vita quotidiana era pensato in funzione del prestigio proprio e del proprio casato. Tutto mirava ad esaltare le virtù e la potenza e la munificenza del casato, con il consueto repertorio del simbolismo iconologico classico.
Gli stessi artisti dipinsero i sopraporta, ornarono le porte realizzate da abili intagliatori con pitture, talvolta con foglie d’argento meccato, nell’intento di realizzare un’espressione artistica ricca di armonia e di unità stilistica.
I lavori continuarono per oltre vent’anni durante i quali si impose il neoclassicismo e dopo la morte di Giovambattista, Tommaso, suo fratello ed unico erede, fece dipingere le volte del quarto antico a Benedetto Codardo, pittore napoletano, ed al Manno, nel nuovo stile che si ritrova anche in altri ambienti secondari.
 Le successive vicende storiche e finanziarie della famiglia influenzarono ovviamente quelle della dimora. Con il terremoto del 1823 il Palazzo Senatorio fu gravemente danneggiato e Giovambattista Celestri e Celestri, succeduto a Tommaso, affittò il quarto nobile del palazzo al Senato, mentre un altro quarto era già stato affittato al barone Ciotti. Nel 1829 il Senato lasciò definitivamente il palazzo che negli anni quaranta divenne sede del Reale istituto per l’incoraggiamento d’agricoltura, arti e manifatture. Giovambattista non ebbe figli maschi e la figlia Marianna morì nubile nel 1866 lasciando erede universale Romualdo Trigona principe di Sant’Elia che vi abitò dal 1870 al 1877. Alla sua morte il patrimonio venne espropriato per i debiti contratti. Successivamente i figli riuscirono ad aggiudicarsi alcuni beni già espropriati ed il Palazzo passò al principe Domenico. Nel 1921 la figlia di questi, Laura decise con la madre di vendere la parte rappresentativa ai fratelli Lima. Prima di allora il palazzo aveva avuto altre destinazioni tra le quali anche quella di Amministrazione delle Ferrovie. Negli agli anni ’50 fu anche utilizzato come sede della scuola media “G. Verga”, fino a cadere progressivamente nel totale abbandono, esposto al saccheggio.
Nel 1984 l’Amministrazione Provinciale acquistò il palazzo dal Lima, ma si dovette attendere fino al 1996 per il progetto del primo intervento organico di restauro dei prospetti.
Il restauro dell’edificio ha comportato per l’Ente un notevole sforzo finanziario e per l’equipe di progettisti, per la complessità delle emergenze architettoniche, artistiche, tecniche e statiche ha rappresentato una vera e propria sfida.
Nel corso del restauro sono stati riportati all’antico splendore gli affreschi e gli stucchi restituendo agli ambienti il fascio e la bellezza di un tempo.
Ultimate le fasi del restauro preliminare sulla base di un progetto redatto da Maurizio Rotolo, Paolo Mattina e Luigi Guzzo della direzione  Sovrintendenza Beni culturali della Provincia, il palazzo ha avuto la sua definitiva destinazione a sede di esposizione museale.
E’ quindi partita la seconda fase di interventi con un progetto di adeguamento i cui lavori sono stati coordinati dall’arch. Rosa Maria Di Benedetto e diretti dagli ingegneri Simone Fardella, Salvatore Serio, Gheri Traina e Francesco Trapani e dagli architetti Maurizio Rotolo, Valentina Sabella, Cesari Mari, Francesco Barbato e Marcello Agolino.  
Adattare un palazzo del ‘700 a sede museale è un’altra grande sfida per gli enormi problemi tecnici da affrontare e l’esigenza di rispettare la storia e l’architettura dell’edificio senza snaturare la sua essenza.
L’equipe ha dimostrato, ancora una volta, che quando si lavora in sinergia sostenuti dall’entusiasmo e dalla professionalità ogni traguardo diventa possibile, ogni sfida può essere vinta.
via Maqueda, 90133 Palermo

INFORMAZIONE: Palazzo Jung - Palermo



Costruito nella prima metà dell’800 in via Lincoln, fu residenza della famiglia Jung, tre fratelli ebrei giunti da Milano agli inizi del diciannovesimo secolo, per impiantare in città una grande impresa di esportazione di frutta secca, essenze, agrumi e sommacco. I figli di Mario, Guido e Ugo Jung, divennero i maggiori esportatori di agrumi dell’isola; Guido, che intanto aveva studiato economia, fu anche ministro della Finanze sotto la dittatura fascista.
La residenza di via Lincoln, situata lungo l’antico “stradone di Alcalà”, faceva parte di quella cortina edilizia che, a partire dalle fine del ‘700, aveva occupato l’area di risulta dell’antico fossato della città, e si era assiepata a ridosso dei bastioni e delle mura cittadine ormai in disuso. Il Palazzo risponde nello stile e nella visione architettonica dello spazio alle esigenze imprenditoriali della nuova classe capitalista, alla quale si doveva il risveglio del commercio e della finanza siciliana. In anni ben più recenti è stato adibito a sede dell’Istituto Alberghiero di Stato. Al di là del prospetto a tre ordini, con un portale con balcone decorato da colonne in pietra, si apre la corte da cui si domina il suggestivo giardino, restituito dalla Provincia alla fruizione del pubblico palermitano per eventi di spettacolo e cultura.
Gli interventi di restauro finanziati dall’Amministrazione di Palazzo Comitini, per un importo complessivo di 4 miliardi 800 milioni, si sono rivolti soprattutto al consolidamento della struttura oltre che all'abbellimento dei locali interni e ai necessari adeguamenti alle nuove normative. I lavori, ultimati nel 2000, hanno interessato una superficie totale di circa 6mila metri quadri, suddivisi tra piano terra, primo e secondo piano, più una serie di ammezzati e naturalmente il bellissimo giardino. Sono stati consolidati i solai lignei, risanata la parte ricostruita in cemento armato dopo i bombardamenti dell'ultima guerra, predisposti gli impianti antincendio, la termoclimatizzazione e gli impianti elettrici per adeguarli alle norme Cei; sono state demolite alcune costruzioni realizzate all'interno del palazzo in tempi successivi. Inoltre, sono stati restaurati i prospetti esterni, quelli interni e le chiostrine. E ancora, si è provveduto ad una nuova fornitura di infissi, è stata consolidata la volta affrescata e i controsoffitti. Un altro lotto di lavori, che interesseranno prevalentemente il piano nobile, è già stato finanziato per un importo di 700mila euro.
 Un’oasi di verde nel cuore della vecchia Palermo. Sono bastati due mesi di lavori per riportare al suo originario splendore il giardino di Palazzo Jung, ridotto, dopo anni di oblio, ad una giungla di arbusti, sterpaglia, detriti e rifiuti. Nel parco, sul quale sono intervenuti quasi esclusivamente lavoratori socialmente utili, con un budget minimo rispetto al valore del bene, convivono oggi piante esotiche e piante mediterranee, in un suggestivo gioco di luci e ombre che creano un’atmosfera molto particolare. Il disegno irregolare e sinuoso dei viottoli, la ricca collezione di piante rare, tra cui il Coccolus Laurifolius e il maestoso Ficus Macrophylla, oltre alla palme e alle dracene. L’intervento di recupero è iniziato con una metodica pulizia dei parterre delle aiuole e dei percorsi; è stato quindi avviato un programma di interventi sulle alberature, attraverso leggere potature dei rami secchi e delle foglie basali. In seguito si è passati al ridisegno delle bordure delle aiuole, nel rispetto del loro tracciato originario, al rifacimento dei sentieri e al restauro conservativo del tetto e degli esterni dell’alloggio del custode, attraverso la messa in sicurezza della copertura, il ripristino degli intonaci esterni, mediante “scialbatura”, e la tinteggiatura dei prospetti.
Via Lincoln, 73 - 90133 Palermo

INFORMAZIONE: Io Guido Car Sharing

INFORMAZIONE: Palazzo Comitini - Palermo




Sorge nel cuore della città, Palazzo Comitini, vicino alla Fontana Pretoria e al Teatro del sole, che segnano la rinascita urbanistica di Palermo. Nobile nella forma, sembra dominare via Maqueda, su cui si affaccia con un prospetto tardobarocco, mosso da aggettanti colonne e lesene, balconi e cornici. Architettura che afferma ragioni sociali e politiche nel tracciato viario della Palermo settecentesca prima, del Novecento poi. Due tempi nei quali l’edificio offre di sé il volto primigenio e quello rinnovato.
La costruzione, voluta da Michele Gravina y Cruillas, principe di Comitini, si pone tra il 1768 e 1771. Risponde al principio di consolidamento di una famiglia la cui storia ha radici in Rollone, duca di Normandia, e sottolinea l’idea di appartenenza e di governo. I Gravina, pars magna dell’olimpo di Sicilia, si affermano alla corte di Martino I nel secolo XIV, avendo come capostipite Giacomo di Bitonto, dal quale derivano sette famiglie. Queste, simili e differenti, generano capitani, giustizieri, prelati, ambasciatori, grandi di Spagna, pretori, geni dell’arte e della follia. Appartengono alla storia don Francesco, ideatore della Villa dei mostri a Bagheria che intriga Goethe, Brydone, Houel; don Francesco Paolo che per i poveri crea il Real Albergo di Palermo; il cardinale Pietro, sottile tessitore politico; l’ammiraglio Federico, vinto a Trafalgar da Nelson; don Michele pretore della capitale e deputato del regno. Il loro blasone, che all’interno si tesse di bande d’oro e a scacchi in campo azzurro con stella d’argento, è contrassegnato dal motto «Spero», rievocante quello dei Tomasi di Lampedusa «Spes mea in Deo est». Che non indica l’attesa, bensì la fiducia nell’intelligenza operativa.
Autore del palazzo sulla “strada nuova” è Nicolò Palma, architetto del senato e nipote di Andrea, che firma il progetto di Villa Giulia. Il Palma, conscio del processo di inurbazione della classe patrizia, di cui nelle adiacenze sono testimonianza le dimore dei Mazzarino, Santa Croce-Sant’Elia, Cutò, Filangeri, Benenati, Belvedere, tende a rappresentare nell’intera articolazione il ruolo dei suoi committenti, legati al sogno della magnificenza più che alla ragione del secolo dei lumi. Ingloba in un disegno moderno diverse strutture originarie, rispondenti alle abitazioni dei Gravina di Palagonia, dei Roccafiorita Bonanno e al forno dei Micciari. Acquisisce chiara unità il palazzo che si raccorda attorno a un cortile allungato in grado di congiungere le spazialità cinquecentesca e barocca, dischiudendosi alla vista sin dall’ ingresso di via Maqueda. Solenne è il portale fra due colonne granitiche cui si abbina, sulla destra, un altro portale di dimensioni quasi uguali.
Il prospetto
L’insieme prospettico è misurato, scandito da un primo piano e dal piano nobile, adorno di inferriate a petto d’oca, percorso da ondeggianti masse d’ombra.
A distanza di centocinquanta anni l’edificio di Nicolò Palma subisce un riordino per volontà del nuovo proprietario, l’Amministrazione provinciale. È il 1931. Palazzo Comitini diviene monumentale con l’aggiunta di un piano “in stile”, marcato da paraste che si slanciano a dismisura e da una cornice d’attico otticamente irraggiungibile. Di conseguenza l’intero prospetto si appiattisce variando fisionomia oltre che nel piano ultimo anche nel piano terra, i cui nove ingressi si tramutano in finestre di gusto rinascimentale. Nonostante ciò il palazzo dei principi riesce a mantenere dignità di immagine nella rimodulazione dei rapporti volumetrici ed estetici. Mostra rigore d’accademia, essendo concepito e restaurato secondo l’idea barocca di alcuni palazzi palermitani. Lo storico Gemma Salvo Barcellona sottolinea la validità della trasformazione evidenziando fra l’altro: «Il piano nobile, dominando su tutto il complesso architettonico, mantiene lo spirito del palazzo nobiliare settecentesco [...]. Il realizzatore del secondo piano di palazzo Comitini ha tenuto conto dei privilegi di casta, ne ha mantenuto la visione nel ripetere i motivi di decorazione del piano nobile, privati però della loro imponenza».
Chiuso fra via Maqueda e vicolo Comitini, vicolo Sant’Orsola e via del Bosco, rivela una struttura serrata e la disposizione originaria con le sale di rappresentanza lungo il fianco sinistro, prospicenti la medievale via del Bosco. Indicativa è la collocazione del salone degli specchi all’angolo con la stessa strada, che testimonia il raccordo fra l’impianto antico e moderno.
L’interno
Oltre il portale, incastonato fra due colonne di billiemi, il profondo fornice immette nel cortile diviso da possente e aereo loggiato che doppie colonne sorreggono. Spazio volteggiante dove risuona il mormorio di una fontana di pietra, posta sulla destra, sulla quale idealmente siede Diana, la cacciatrice, in un affresco che fonde il Settecento architettonico e paesaggistico.
Il punto di fuga è lo scalone d’onore, scenografico nella struttura, liberty nella vetrata e nei merletti di ferro. Ai suoi lati due lapidi recitano i tempi della fondazione, 1771, e della rifondazione, 1931.
A destra del coronamento dell’asse percettivo, lungo la scalinata, si erge su un alto piedistallo baroccheggiante un piccolo Cristo in marmo di memoria michelangiolesca.
Quindi la scala sale lentamente verso il piano superiore con un tappeto di gradini rossi e bianchi avvolti dalla chiarità degli stucchi.
Da una parete viene fuori una Madonna con Bambino. Dipinto che tardivamente rimodula la vulgata di Leonardo. Più in alto è un altro loggiato ad archi che guarda, di là dalla balaustra, nel cortile sottostante e spazia nell’azzurro del cielo. Addossato all’esedra di fondo è una conchiglia con puttino e drago, dalle cui fauci esce un rivolo scintillante d’acqua. Due bocche di pietra, ai lati dell’ingresso alle sale principesche, sentono ancora l’acre fumo dei torcieri spenti.
I saloni
Quindi è il grandioso vestibolo, già sala delle armi, affrescato con decori architetturali di interni ed esterni, paesaggi primaverili, vasi di pianti e fiori, finestre su giardini irreali, illusioni prospettiche di un arcadia salottiera, la quale ama perdersi nel gioco del trompe l’oeil, che coinvolge le pareti e la volta a botte.
Scenografia di grazia veneziana cui si accompagna l’ornamentazione delle sovrapporte con suggestive vedute, rovine e bouquets fiamminghi.
Il pavimento era una volta in mattonelle di ceramica: prato di germogli, frequentato da ninfe e principesse.
Segue un secondo vestibolo, detto Sala Gialla, da cui si squaderna la fuga delle stanze. Il soffitto settecentesco subisce agli inizi degli anni Trenta un pesante tinteggiamento. Le sovrapporte rivisitano ruderi greco-romani della Sicilia.
Un doppio paesaggio di un seguace di Jacob Philipp Hackert rivela l’ideale di natura del neoclassicismo.
Ai muri sono diversi dipinti di artisti contemporanei, significanti il rinnovamento culturale.
È di Renato Guttuso un Paesaggio del 1986, che rivela nella composizione realista intrisa di verdi e ocra magmatici, un felice momento del maestro; un altro Paesaggio del 1959 è firmato da Lia Pasqualino Noto, enigmatico per i verdi densi e fondi.
I restanti autori sono Renato Tosini, Gianbecchina e Beppe Vesco.
La Sala Verde scintilla di una preziosa consolle e di una vertiginosa specchiera rinchiusa dentro la grafia dorata della cornice.
Dal soffitto, fremente di geroglifici settecenteschi, scende un bianco lampadario di Murano che rischiara i ritratti del duca e della duchessa di Malvica e le sovrapporte: due paesaggi e le stagioni: primavera, estate e autunno. L’inverno si trova nella Sala Rossa. Le quattro tele sono attribuite da Maria Accascina a Elia Interguglielmi, pittore fra i più rappresentativi del meridione d’Italia tra fine Settecento e inizio Ottocento. Napoletano di nascita, d’adozione palermitano. Negli affreschi e nelle tele che decorano i palazzi nobiliari egli profonde il capriccio francese, ironicamente à la grècque, eroticamente alla Boucher.
Sofisticato linguaggio che seduce per l’armonia e la blandizia dei soggetti. Le sue allegorie riempiono salotti, sale conviviali e saloni di festa con eleganza: tenere nella composizione che fonde il verde e il celeste dei paesaggi con l’incarnato dei corpi. L’attribuzione, non confortata da documenti, è ragionevole data la qualità dei dipinti, che trovano indiretto riscontro in molte opere siciliane. Non possono dirsi dell’Interguglielmi il barone e la baronessa di Malvica, che guardano dall’alto delle pareti della sala il cui soffitto è infiorato di racemi dorati.
Diversi dipinti e sculture di fine Ottocento e inizio Novecento impreziosiscono l’ambiente.
Sono di Ettore De Maria Bergler i quadri Donna con brocca e Donna alla fontana, evocativi del tardo realismo e del decoro liberty. A Giacomo Marchiolo si deve Golfo di Palermo visto da Sant’Erasmo, limpido nel vedutismo; a C. Buscemi Paesaggio, timbricamente caldo nella visione; a Salvatore Marchesi Chiostro di San Giovanni degli Eremiti, ridondante di mediterraneità floreale. Altri pittori presenti sono: Salvatore Maddalena, Mario Mirabella e Michele Mirabella. Dello scultore Mario Rutelli – che sul teatro Politeama colloca la grandiosa quadriga pronta a volare sulle nuvole – è un realistico ritratto di vecchio in bronzo.
Accogliente e calda è la Sala rossa, dal cui plafond scende un lampadario di Murano che illumina l’ambiente e le sovrapporta di un verde ceruleo, firmate da Interguglielmi. Allegorie sospese in una spazialità elegiaca simboleggianti il buon governo. La Concordia è indicata dalla cornucopia e dal caduceo; la Pace dal ramoscello d’ulivo; la Prudenza dal serpente e dallo specchio; la Temperanza dal morso e dalle briglie. Immagini neoplatoniche, che la pittura neoclassica ripropone come modelli di vita.
Sanno di brume serali i monocromi collocati alla base dei ritratti del duca e della duchessa di Reitano. Opere encomiastiche di un buon artista che mira a fondere la pomposità tardo barocca degli abiti e la linearità settecentesca delle figure. Si rapportano al linguaggio di fine Ottocento e inizio Novecento i dipinti di Giustino Pollaci e Luigi Di Giovanni. Delle tre sculture esposte incuriosisce Nudo di donna con serpente attribuita a Mario Rutelli, liberty nello stile, compositivamente sensuale.
Severa la Sala Sciascia, dove si riunisce la Giunta. Raccoglie, fior da fiore, tele di Maria Giarrizzo, Ida Nasini Campanella, Renato Guttuso, Pippo Rizzo, Michele Dixit, Salvatore Mirabella, Lia Pasqualino Noto, Rocco Lentini, Umberto Valentino, Laurenzio Laurenzi, Mario Folisi, Eustachio Catalano. Significative alcune opere che mettono in luce i fermenti ideativi dei pittori e i rapporti dialettici con il simbolismo di Boecklin, il futurismo, il novecento e la scuola romana. Assorto nella geometria della ragione è il ritratto in bronzo dell’autore del Consiglio d’Egitto, Leonardo Sciascia, realizzato da Mario Pecoraino.
La sala Martorana
È il trionfo dell’ultimo barocco, la sala degli specchi o delle feste o del Martorana. Tripudio di sacro e profano, che si riflette nella luce ambigua dei quindici specchi che, come paraste, si slanciano verso il soffitto coronati da ovali dipinti.
Volume pervaso di melodie sinfoniche, di serici fruscii e di passi danzanti sul pavimento maiolicato che ancora rifulge, in piccole parti, della sontuosità decorativa siciliana, con larghi intrecci di gialli, bianchi e verdi. Benché la sala sia stata a lungo sede del Consiglio provinciale conserva il fascino impressogli dal suo artefice, Gioacchino Martorana, pittore dell’aristocrazia, che fonde nelle sue composizioni lo splendore del Seicento e la civetteria del rococò. L’artista nasce a Palermo nel 1735 rivelando presto il suo genio: «a sette anni disegnava così bene da recare meraviglia e a quattordici fu pittore completo», secondo l’affermazione di A. Gallo.
Si perfeziona a Roma alla scuola di Benefial e Vasi ed entra in contatto non solo con l’ambiente del Conca, ma anche con i pittori francesi che influenzano persino Napoli e Caserta.
A Roma soggiorna per oltre un decennio prima di trasferirsi nella città natale, dove si afferma divenendo protagonista della decorazione di chiese e palazzi. Non manca in lui l’acutezza analitica del secolo dei lumi, evidente nei ritratti dei principi e nell’autoritratto soffuso di ironia. Preferisce però l’ornamentazione aulica quando affresca i palazzi dei Bordonaro, Natoli, Costantino, del marchese di Santa Margherita e del principe di Butera. Riesce a coniugare la raffinatezza parigina con la robustezza siciliana. Ne è esempio il salone di palazzo Comitini con le boiseries dorate, le sovrapporte e i sovraspecchi che danno vita a una scena avvolgente, gioiosa, carnale, dolcemente evasiva.
Pittoresca la scenografia dentro la quale la mondanità si ammanta di filosofia e di spirito religioso senza rinunziare al godimento dei sensi.
Segnata da una cornice ovale è la volta: cielo rosato nel quale vola la Verità, assisa su un carro trainato da amorini. Sontuoso lo stuolo degli angeli che proclamano con trombe e cartigli che il «vero piacer trionfa» e ancora che «delle torbide voglie la stragge al vero piacer forma il trionfo».
Concettuoso discorso, pretestuosamente eudemonistico anziché edonistico, che disquisisce in immagini del sentire mentale e del sentimento morale. Ridondanza di acutezze che mirano al raggiungimento di serenità e saggezza, religiosità e verità, mentre forse tentano di nascondere miserie e vizi.
Gioacchino Martorana comprende le istanze della committenza, ma non trascura la ragione dell’arte che è poetica, dando alla struttura decorativa, di là dall’ermetismo filosofico, il piacere del vivere nel turbinio di corpi seminudi che nuotano in un paradiso di luce erotica.
Ai quattro angoli il pittore pone le virtù sedute sulle nubi, ridondanti di femminilità. Avvolta di rosso e sicura come Minerva è la Fortezza con elmo e scudo; domina e frena l’altezzosità con morso e briglie la Temperanza; vestita di manto dorato è la Prudenza, che tiene in mano uno specchio; splende di turchese la Giustizia con bilancia e spada.
Raccordano gli ovali delle virtù diversi decori tendenti al monocromo: costituiscono una fascia lattea che divide la parte alta del soffitto e le pareti della sala.
Illuminato da una monumentale coppia di lampadari di Murano, il salone delle feste mostra quindici piccoli sovraspecchi, raffiguranti paesaggi fantastici e lunari, capricci con rovine, busti clipeati di imperatori, alcuni dei quali monocromi, firmati, in genere, dalla cerchia del Martorana e dodici sovrapporte di ispirazione biblica e mitologica. Dipinti, questi ultimi, del Seicento, riadattati agli spazi settecenteschi, prodotti dalla bottega di Pietro Novelli, Alonzo Rodriquez, Mattia Preti, Regnier Nicolas, Mattia Stomer, Massimo Stanzione e da anonimi italiani e fiamminghi.
Non mancano di una certa tensione pittorica che li fa essere espressione di un linguaggio carico di enigmatica verità formale.
Sovrasta lo scenario festante l’altera figura di Michele Gravina y Cruillas, principe di Comitini, che nel 1770 affida la struttura decorativa del palazzo al Martorana, probabile autore del ritratto, in cui è evidente la maniera vandyckiana e batoniana.
Le stanze segrete
Tornando indietro, sulla destra della sala gialla, si trovano gli appartamenti privati. C’è profumo di cipria nei due boudoirs adiacenti la camera da letto.
Lontani da occhi indiscreti, custodiscono intimità ed emozioni espresse dall’eleganza dei decori, dai ritmi sinuosi di tralci, foglie e fiori di stucco, dai grappoli, una volta di maioliche francesi e ora di ceramiche moderne, incastonati nella boiserie.
Due nidi, gabbie dorate, che ovattano i bisbigli e riflettono nella magia degli ovali minuscoli paradisi: cieli rosa e orizzonti d’ocra, mare ceruleo e verdi prati, alberi al vento e cinguettanti uccelli. Inno alla vita che palpita di sensi onirici e di eros. Ricordano per un istante Versailles e Chantilly, l’incantesimo di Fragonard, la Parigi rococò, questi boudoirs settecenteschi che il Novecento riadatta alle esigenze del potere ammmistrativo.
Sulle mensole vi erano statuine in argento e avorio: immagini delle stagioni, di Cupido e Venere, che gli specchi di Murano moltiplicavano all’ infinito.
Grandiosa nella scenografia rococò è la camera da letto dei principi, attualmente studio del presidente della Provincia.
Cubiculum di una intimità teatrale, che alla curiosità delle duchesse in visita ostenta l’eleganza segreta di un’alcova adagiata su un prato di maioliche.
Il decoro in oro e verde tenero dalle pareti sale alla volta avvolgendo di intelletto creativo le sovrapporte dipinte, i cui temi sono morali e religiosi.
Allo sguardo del principe e della principessa distesi sulle trine si offre la visione del mondo nelle pitture. Porti e marine, velieri al chiar di luna e nella tempesta, capricci e rovine classiche costituiscono l’immaginario poetico che sa di struggente bellezza e di fuga nel sogno.
Parlano con il timbro tenebroso dei caravaggeschi e con la gravitas dei secenteschi seguaci di Cavallino, Mattia Preti e Bassano, la Natività, Gesù e la Samaritana, la Decollazione di Giovanni Battista, Loth che lascia Sodoma e poi la serie dei dipinti di genere, soffusi di mistero e maculati di sangue.
Esperimenta le vertigini di eros e tanatos la camera dei principi, nel connubio di voluttuosità e di visionarietà.
Completano il percorso tre stanze: la segreteria della Presidenza, la Sala del caminetto e il Giardino d’inverno.
La segreteria della Presidenza, semplice nell’arredo, annovera alcuni dipinti, dove è inscritta la ragione dubbiosa di artisti contemporanei come Gigi Martorelli e Salvatore Provino.
Nella sala del caminetto, ora intitolata a Salvo D’Acquisto, sono raccolte opere di pittori quali Bruno Caruso, Mario Delitala e Saverio Terruso.
Il giardino d’inverno, profumato di verdeggianti piante carnali, custodisce un composto plafond a cassettoni, un lampadario vagamente liberty e mobili in stile. Decorano le pareti alcuni quadri del Novecento, firmati da Piera Lombardo, Domenico De Vanna e Giovanni Filippone.
Scrigno di bellezza che riporta alla memoria gli interni del Gattopardo, con gli scaloni baroccheggianti e i pavimenti maiolicati, gli affreschi e le tele alle pareti, la lussuria dei sofà e la preziosità dei mobili, i saloni damascati e la sala da ballo, fulgenti di dei e semidei, è Palazzo Comitini. Per un secolo e mezzo dimora aristocratica dei principi Gravina, oggi sede del Governo della Provincia.
Di là dagli eventi altalenanti che ne contrassegnano la storia resta dipinto e scolpito sui muri l’imperativo «Spero». Eredità luminosa destinata alla coscienza contemporanea.
Palazzo Comitini  di Giovanni Bonanno Via Maqueda, 100 - 90133 PALERMO

sabato 12 marzo 2016

LIBRI - Leggende Napoletane di Matilde Serao - GR Edizioni

La presenza fisica del Vesuvio, delle isole di Nisida e Capri, di un piatto di pasta, di una porcellana rinomata, persino l’origine della città di Napoli…ed il suo possibile futuro. Le “leggende” di Matilde Serao sono frammenti di lunghi avvenimenti dimenticati, connessi a questi simboli ed arricchiti dalla sua immaginazione, trasformati in magia che trascina gli adulti in quel regno fantastico troppo spesso relegato ingiustamente al solo mondo infantile. Un omaggio allo spirito di Napoli e della sua gente, ai monumenti ad ai paesaggi assimilati dalla sua anima, alla città da lei amata. Sono storie semplici, dal linguaggio semplice, ma imbevute di immagini incisive di una città piena di contrasti

giovedì 10 marzo 2016

Viaggio fra gusto e folklore a Caltanissetta

Viaggio fra gusto e folklore a Caltanissetta @SiciliaWeekend
Viaggio fra gusto e folklore a Caltanissetta @SiciliaWeekend
Goethe scriveva che l’Italia, senza la Sicilia, non lascia immagine alcuna nell’anima. Parole che risuonano vere in ogni angolo dell’isola, anche il meno battuto, anche il più trascurato da quel turismo smanioso che ogni estate ricerca sole, spiagge, locali affollati e luoghi d’arte.
Parole vere, insomma, anche nel cuore dell’entroterra siciliano, tra le vie sperdute e le colline aride – ma straordinariamente verdi in primavera – della provincia di Caltanissetta, dove chi si imbatte in estate rimane colpito dalle distese gialle e incontaminate che caratterizzano il paesaggio: un deserto di grano dove l’orizzonte sembra svanire e confondersi col cielo denso di sole.
Siamo al centro dell’isola, qui il mare è un miraggio lontano da raggiungere, le montagne madonite si scorgono appena e pare non ci sia un solo buon motivo, se non il silenzio e la genuinità dei luoghi, per fermarsi a dormire qualche giorno.
Eppure c’è un posto speciale, che rapisce chiunque ami la contemplazione e il contatto con la natura: è il santuario di Castel Belici, un ex monastero con annessa chiesa al cui interno è custodito un crocifisso considerato miracoloso dai migliaia di pellegrini che ogni anno, il 3 maggio, raggiungono quel colle per venerare la statua del Cristo. Un luogo dove religiosità e folklore si incontrano per una festa vissuta con ardore e profonda devozione dagli abitanti dei numerosi comuni limitrofi, che vi giungono molto spesso a piedi, in un lungo pellegrinaggio di preghiera che si conclude, all’apice del colle, con la rituale consegna di un nastrino rosso al Crocifisso posto in alto.
Legando il braccialetto alla statua del Cristo, ogni fedele affida al cielo le proprie richieste: una grazia particolare o semplicemente la protezione per sé e i propri familiari. Ma al rito religioso, segnato dalla messa e dalla processione presiedute dal vescovo di Caltanissetta, ogni 3 maggio, si unisce la festa, la condivisione dei numerosi gruppi di fedeli, che sotto un porticato o all’aria aperta consumano insieme il pasto, scegliendo anche i fragranti panini con panelle o salsiccia degli immancabili paninari ambulanti. Unendo così cucina siciliana e street food la giornata all’insegna della convivialità è garantita, contornata da un paesaggio e una vista unici.

Folklore e buon cibo della provincia di Caltanissetta

Ma nel cuore della Sicilia le feste religiose diventano sempre occasione di condivisione attorno alla tavola, con piatti sapientemente preparati da massaie custodi di tradizioni preziose, come quelle che segnano la festa di San Giuseppe, il 19 marzo. Seppur sempre più rare, sono da vedere le meravigliose tavolate dedicate al santo protettore dei lavoratori, che vengono allestite nelle case di privati per ringraziare di un dono ricevuto. A quelle tavole siedono a pranzo i cosiddetti “virgineddi”, commensali che un tempo venivano scelti tra le famiglie più povere e bisognose della città, a cui si offriva il pranzo, ma che oggi sono generalmente amici e parenti dei padroni di casa. Prima che si siedano, la tavola riceve la benedizione del parroco e chiunque può visitarla, trovando di fronte a sé piatti tipici della tradizione siciliana, preparati anche dai vicini di casa, che nei giorni precedenti all’evento si danno da fare portando piatti e dolci di ogni tipo.
Tra i dolci più irresistibili meritano una nota di merito le sfingi, impasti di farina e patate rigorosamente fritti e poi cosparsi con zucchero o ripieni di crema: una goduria per il palato, in qualunque periodo dell’anno.
Nell’entroterra siculo non occorre ricercare ristoranti o trattorie specializzate: nei piccoli comuni del nisseno vi basterà essere ospite da qualunque nonna, mamma o zia di un vostro amico, o semplicemente conoscente, per degustare i piatti più semplici e prelibati. Dalle frittate di verdure di stagione alle conserve sott’olio di pomodori secchi, carciofi, melanzane; dalle panelle preparate in casa o degustate in strada, davanti a un buon “panellaro”, alle arancine alla carne o al burro; dai dolci alla ricotta (cannoli, cassate e bocconcini) alle torte salate ripiene di ogni tipo di verdura; dalle zuppe di lenticchie, meglio se di Villalba, famose per le loro qualità organolettiche, alla cuccìa, piatto a base di grano, di grande semplicità ma che conforta il palato e l’anima.
Anche in questo caso la cucina si lega a una festa religiosa sentita in tutta la Sicilia, quella di santa Lucia, il 13 dicembre, che divide in due la provincia: da una parte i fautori della cuccìa dolce, condita con zucchero, latte o cioccolato, dall’altra i più agguerriti sostenitori della versione salata, arricchita semplicemente con olio, sale e spezie. Vi conviene assaggiarle entrambe, non ve ne pentirete. È vero, sono piatti diffusi in ogni angolo dell’isola, ma per una ragione misteriosa il risultato finale è sempre diverso, a seconda di dove ci si trovi.

I cuddrireddi di Delia

E che dire delle cuddureddi di Delia? Deliziosi intrecci di farina, vino rosso, scorza d’arancia e cannella, che alla frittura diventano dolci scuri e croccanti. Se avete voglia di assaggiarle fate un salto a Delia per la Settimana Santa: assisterete a una toccante rappresentazione teatrale dei momenti più salienti della morte, crocifissione e resurrezione di Cristo, che va avanti da secoli.
E se volete entrare nel vivo delle celebrazioni pasquali, non perdetevi le splendide vare di Caltanissetta, anche lì la cucina non vi deluderà.
info: http://siciliaweekend.info/viaggio-fra-gusto-e-folklore-a-caltanissetta/

mercoledì 9 marzo 2016

LIBRI: Nell'orto di Giovanni B a cura di Carla Benedetti - Ibiskos Editrice Risolo



Storie inventate, fiabe, ricordi di vita o di paese, perfino un hard boiled.
Dodici racconti nati all interno del corso fbs, Fa Bene Scrivere inventando storie, a Certaldo.
E dodici autori accomunati dalla passione per la scrittura.
Entrate nell orto di Giovanni B. e buona lettura!
Hanno scritto:
Luciana Barnini
Massimo Bartalini
Giulietta Brogi
Graziella Calvani
Helga Conforti
Emanuela Campinoti
Massimo Ercolani
Errj Gasparini
Ginetta Gini
Romano Morresi
Marzia Pasticcini
Silvia Poli

lunedì 7 marzo 2016

LIBRI: 11 settembre, le ragioni di chi? di Noam Chomsky


Il mattino del 12 settembre i quotidiani del mondo intero titolano in tutte le lingue: "Attacco all'America". Un messaggio la cui forza sconvolgente non è dovuta soltanto all'entità della sciagura, ma anche alla novità assoluta dell'attentato al World Trade Center e al Pentagono. Questo libro raccoglie gli interventi di Noam Chomsky nel mese successivo a quel martedì. Si può vincere il terrorismo? Chi è il nemico che ha lanciato l'attacco? A queste domande e a molte altre l'autore risponde scansando le interpretazioni troppo semplicistiche che sono state avanzate, su fronti opposti, nelle stesse settimane. Chomsky propone una visione complessa dei rapporti fra America, Europa e Oriente, ricordandoci eventi del passato.

LIBRI: Debole è la carne di Barbara D'Urso - Nuova Eri


“Non è mai facile parlar di sesso. Ancora meno facile è far parlar di sesso quelli che fanno spettacolo e sanno benissimo che ciò che dicono finirà poi su una pagina scritta di giornale. A meno che il gioco non sia chiaro fin dal principio e, insomma, di sesso si parli ma i patti vengano mantenuti e oltre una certa soglia vada solo chi vuole: per esibizionismo o per convenienza. L’impresa, se d’impresa si può parlare, è riuscita a Barbara D’Urso che ha il privilegio di condividere due mestieri, quello d’attrice e quello di giornalista per Moda e per King. Nel doppio ruolo di collega e intervistatrice Barbara D’Urso ha raccolto quindi lunghe e articolate conversazioni sul sesso e dintorni pubblicate adesso anche in un libro dal titolo «Debole è la carne», una sorta di viaggio intorno all’universo erotico. Eva Grimaldi, Eva Robins, Claudia Koll, Luca Carboni, Ferrini, Corinne Clery, Lucrezia Lante della Rovere, Daniel Ezralow, la Berte, Ornella Muti, Zucchero, Stefania Sandrelli, Brigitte Nielsen, la Bellucci, Chiambretti, Jerry Cala, Nicola Farron, Daniele Luttazzi.”

venerdì 4 marzo 2016

LIBRI: Roberto Forchettoni “Dal voto di povertà (e castità) agli yacht di Gomez, Travaglio - Il Fatto Quotidiano

Roberto Forchettoni
“Dal voto di povertà (e castità) agli yacht. Vita e imprese del governatore Celeste”

Barbacetto, Gomez, Malagutti, Mascali, Meletti, Milosa, Padellaro, Travaglio, Vecchi

Fate vacanze da soli? “Siete degli sfigati”, almeno secondo Roberto Formigoni, governatore della Lombardia da più di tre lustri e indagato per corruzione: avrebbe ricevuto benefit per 9 milioni di euro, tra cui yacht, ville, viaggi dall’amico Pierangelo Daccò, faccendiere ciellino, uomo chiave dello scandalo San Raffaele e della Fondazione Maugeri. Per chi si fosse perso qualche puntata dell’abbuffata regionale, il Fatto Quotidiano pubblica in un unico instant book tutte le beghe del Pirellone, da Penati alla Minetti, dai conti in rosso di don Verzé alle vacanze ai Caraibi del Celeste

mercoledì 2 marzo 2016

LIBRI: La gioia del sesso a cura di Alex Comfort - Tascabili Bompiani



Libro interessante che parla dei lati più piccanti del sesso e parla di ciò che vi sta attorno più posizioni di ogni tipo (alcune degne di una ginnasta) e giochi da fare a letto.
Vi troverete molti consigli utili ad entrambi i sessi.