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domenica 20 luglio 2025

Il digiuno intermittente e la prevenzione del diabete: la mia esperienza

 

aprile 2023


luglio 2025

Ciao a tutti, sono Giorgio Federico Pitarresi, un pensionato di 68 anni, e oggi voglio parlarvi di un argomento che mi sta molto a cuore e che sto sperimentando in prima persona con ottimi risultati: il digiuno intermittente. Da circa sette mesi, ho introdotto questa pratica nella mia routine quotidiana e ho notato dei vantaggi significativi nella diminuzione della mia glicemia e nella regolazione dell'ipertensione, nonchè una drastica diminuzione del peso corporeo (circa 10kg). 

Permettetemi di spiegarvi meglio, non perchè sono un medico ma per esperienza personale.


Che cos'è il digiuno intermittente?

Il digiuno intermittente non è una dieta nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto un approccio alimentare che alterna periodi di assunzione di cibo a periodi di digiuno. Si basa sull'idea di seguire il naturale ritmo circadiano del nostro corpo, quel ciclo di 24 ore che regola il nostro sistema endocrino, il sistema nervoso autonomo e il metabolismo dei nutrienti. In pratica, si tratta di dare al nostro corpo delle pause dall'assunzione costante di cibo, permettendogli di "riposare" e ripristinare alcune funzioni.
Nel mio caso specifico 8 di alimentazione /16 di digiuno:
alle 06:00 colazione con fette biscottate, latte e integratore proteico e circa 2lt di acqua;
alle 14:00 pranzo con  pasta (50gr.), verdure, e alterno (tofu, bietola, pesce, uova, carne), frutta e 2lt di acqua;
alle 18:00 tisane o latte o acqua.

Chiaramente ho intensificato l'attività fisica, alternando tre sedute in sala pesi con tre sedute di
cammino di almeno 12 kg 
       


Digiuno intermittente: la scienza dietro la pratica

Studi su animali da laboratorio hanno dimostrato l'efficacia del digiuno intermittente nella prevenzione e nel trattamento di patologie metaboliche, in particolare quelle cardiometaboliche. Si parla di riduzione della pressione arteriosa, miglioramento dell'insulino-resistenza, diminuzione del tessuto adiposo e prevenzione del diabete di tipo 2, ictus e malattie cardiache. Anche negli esseri umani sani, sembra che il digiuno intermittente possa essere efficace nella prevenzione di queste condizioni.

Ma come agisce esattamente? Il segreto sta nella fisiologia della digestione e della secrezione di insulina. Quando mangiamo, soprattutto carboidrati come zuccheri raffinati e cereali (pensiamo alle farine bianche o al riso), questi vengono scomposti in glucosio. Il glucosio entra nel nostro sangue ed è utilizzato dalle cellule per produrre energia. Se però non lo utilizziamo tutto, il nostro corpo lo immagazzina, trasformandolo in grasso nel tessuto adiposo.

L'insulina, un ormone prodotto dal pancreas, è il protagonista di questo processo. Viene rilasciata dopo i pasti per permettere al glucosio di entrare nelle cellule. Tra un pasto e l'altro, i livelli di insulina diminuiscono, consentendo alle cellule adipose di rilasciare lo zucchero immagazzinato, che viene poi utilizzato come energia.

Lo scopo del digiuno intermittente è proprio questo: permettere ai livelli di insulina di scendere sufficientemente e per un tempo abbastanza lungo da consentire al corpo di bruciare i grassi accumulati.


La mia esperienza personale e i risultati preliminari

Come accennavo, da sette mesi ho iniziato a praticare il digiuno intermittente, e posso dirvi che i risultati mi stanno davvero entusiasmando. Ho notato una sensibile diminuzione dei miei livelli di glicemia, un aspetto fondamentale per chi, come me, vuole tenere sotto controllo il rischio di diabete. Inoltre, ho riscontrato una migliore regolazione della mia ipertensione, un altro beneficio non da poco per la salute cardiovascolare.

Certo, è importante sottolineare che la ricerca è ancora in corso. Uno studio pilota pubblicato sulla rivista Cell Metabolism suggerisce che il digiuno intermittente, supportando il nostro ritmo circadiano, potrebbe essere una strategia efficace nel trattamento della sindrome metabolica e, di conseguenza, nel ridurre il rischio di diabete mellito di tipo 2 e delle malattie cardiovascolari associate. Questi risultati sono incoraggianti, ma è chiaro che ci sono ancora diversi aspetti da approfondire, come gli effetti a lungo termine, l'aderenza a questo modello alimentare e la sua efficacia su vasta scala.


Per quanto mi riguarda, la mia esperienza è positiva e mi spinge a continuare su questa strada. Naturalmente, è sempre fondamentale consultare il proprio medico prima di apportare cambiamenti significativi alla propria alimentazione, specialmente se si hanno condizioni di salute preesistenti.


Giorgio Federico Pitarresi


domenica 15 giugno 2025

325 Volte Grazie: Un Gesto per gli Altri, un Beneficio per Sé Stessi

 


325 Volte Grazie: Un Gesto per gli Altri, un Beneficio per Sé Stessi

In occasione della Giornata Mondiale del Donatore di Sangue, sono felice di condividere un traguardo che per me ha un valore inestimabile. Lo scorso 7 giugno 2025 ho effettuato con orgoglio la mia 325ª donazione di sangue.

Un percorso lungo una vita, spinto dalla consapevolezza che donare il sangue è uno dei gesti di solidarietà più potenti che esistano. Garantisce scorte preziose per le emergenze, per complessi interventi chirurgici e per pazienti con patologie come la talassemia. 

 La donazione ha un valore sociale ed etico immenso, e il fatto che in Italia sia volontaria, anonima e non remunerata è un vanto del nostro sistema.

Ma c'è di più. Donare non è solo un atto di generosità verso chi riceve; è anche un'incredibile opportunità per prendersi cura della propria salute. Ogni donatore regolare viene sottoposto a controlli periodici che monitorano valori fondamentali come emoglobina, colesterolo, pressione e la presenza di malattie infettive. Un check-up costante che ci aiuta a tenere sotto controllo il nostro benessere e il rischio cardiovascolare.

La ricerca scientifica sta inoltre esplorando ulteriori benefici. Studi recenti,  ipotizzano che donare con regolarità possa contribuire a ridurre la viscosità del sangue, bilanciare i livelli di ferro e persino, secondo alcune ipotesi da confermare, ridurre il rischio di sviluppare alcuni tipi di tumori.

 Il mio pensiero va a tutti i donatori, in particolare a quelli "assidui" che da anni, come me, portano avanti questo impegno. Il mio appello, però, è rivolto soprattutto ai più giovani: c'è un bisogno costante di nuove leve. La capacità di sopperire alle esigenze del Paese aumenterebbe molto se chi oggi dona una volta all'anno, lo facesse due volte.

Un piccolo gesto dal valore incalcolabile. Per gli altri e per noi stessi.

Giorgio Federico Pitarresi

#DonareFaBene #Salute #Prevenzione #DonazioneSangue #GiornataMondialedelDonatore #325Donazioni #IoDono #SalvaUnaVita #AVIS #FIDAS #CroceRossa #Solidarietà #Ricerca

lunedì 12 aprile 2021

Nutrizione funzionale, il codice della vita di Sara Farnetti | TEDxLUISS

Sara Farnetti è specialista in Medicina Interna con Ph.D in Fisiopatologia della Nutrizione e del Metabolismo all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ed Assistant Professor presso il Diabetes Research Institute, University of Miami, Miller School of Medicine. Nel suo talk, spiega come la vera rivoluzione nel campo dell’alimentazione sta nel guardare gli alimenti in ottica funzionale. Seguendo il mantra “ogni pasto è un progetto ormonale", la Dott.ssa svela la verità su come funzionano gli alimenti che, entrando in contatto con il nostro organismo, ci fanno guadagnare salute, prevenendo e curando disturbi e patologie molto diffuse. Sara Farnetti is PhD in Metabolism & Nutrition Physiology and specialized in internal medicine. She is also an expert in Medical Functional Nutrition, Assistant Professor of Surgery, Division of Cellular Transplantation, Nutrition and Diabetes Programs, Diabetes Research Institute. University of Miami Miller School of Medicine. DRI (Diabetes Research Institute) Federation, Wellness and Nutrition Program. This talk was given at a TEDx event using the TED conference format but independently organized by a local community. Learn more at http://ted.com/tedx

Niente scuse! La tua felicità dipende da te! | Massimiliano Sechi | TEDxBustoArsizio

sabato 10 aprile 2021

Cambia il tuo umore per superare le difficoltà | Terenzio Traisci | TEDxBergamo

Nel suo primo talk TEDX Terenzio condensa divertimento e serietà in consigli per garantirsi il buon umore in ogni occasione. D'ora in poi con "l'Ingegneria del Buon umore" sarà impossibile non sorridere. Nato a Forlì si definisce Psicologo formAttore comico, esperto di gestione dello stress. Specializzato in Edutainment, cioè formazione unita a intrattenimento, svolge nelle aziende e nei teatri, lezioni spettacolo su gestione dello stress, dei conflitti e della motiva-zione, ma anche corsi di formazione e team building per favorire la collaborazione e la coesione di gruppi di lavoro, rendendoli più produttivi. Come speaker ha partecipato ad eventi formativi come il Forum delle Eccellenze e il TEDx, facendo da apripista al susseguirsi dei relatori e riuscendo a creare subito nel pubblico la giusta energia ed attenzione. È autore del libro Felicemente Stressati e del metodo chiamato “Ingegneria del Buon Umore“.

Come potenziare l’intelligenza numerica di Daniela Lucangeli

This talk was given at a local TEDx event, produced independently of the TED Conferences. Cos’è l’intelligenza numerica nell’uomo? Daniela Lucangeli ci spiega come e in che momento possiamo intervenire per potenziarne lo sviluppo Daniela Lucangeli, dopo una laurea in Filosofia Logica e una laurea in Psicologia e un PhD in Developmental Science conseguito presso l’università di Leiden (Olanda), riveste attualmente il ruolo di Professore Ordinario di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione presso l’Università di Padova. Presso la medesima Università è Prorettore con delega all’orientamento ed al tutorato. La prof.ssa Lucangeli svolge attività didattica nelle facoltà di Scienze della Formazione, Psicologia e Medicina dell’Ateneo di Padova in corsi di laurea, dottorati di ricerca e corsi di formazione. E’ membro Tecnico dell’Osservatorio Nazionale sull’Infanzia, del comitato scientifico dell’Accademia Mondiale delle Scienze di ricerca nelle difficoltà di apprendimento e del comitato scientifico del Ministero della Pubblica Istruzione “Legge 170 disturbi dell’apprendimento”. Presidente nazionale CNIS, Associazione per il Coordinamento Nazionale degli Insegnanti Specializzati e direttore scientifico dei centri Polo Apprendimento italiano http://www.poloapprendimento.it​. Daniela Lucangeli si occupa da sempre dei processi maturazionali nello sviluppo e nell’ apprendimento. Autrice di più di 150 pubblicazioni tra articoli e monografie internazionali e nazionali.

Emotional short-circuits: the intelligence behind mistakes di Daniela Lucangeli

Daniela Lucangeli holds a degree in Philosophy from Padua University and a Ph.D. in Developmental Sciences from Leiden University. She is a tenured professor at the Education, Psychology and Medicine department of Padua University. Currently active as a consultant for the Italian National Childhood Observatory, as a researcher for the science committee at the Accademia Mondiale delle Scienze on learning difficulties, and as a member of the scientific committee at the Ministry of Education. She is President of the Association for the National Coordination of Specialized Teachers and Scientific Director for the Italian “Polo Apprendimento” centers. This talk was given at a TEDx event using the TED conference format but independently organized by a local community. Learn more at https://www.ted.com/tedx

martedì 27 ottobre 2020

Cos’è la stupidità? - Fonte: Cos’è la stupidità?

 


“Solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, riguardo l’universo ho ancora dei dubbi.” Albert Einstein

di Antonio Fernández Vicente – Mettiamola così: facciamo tutti cose stupide. Siamo tutti stupidi in misura maggiore o minore.  Ma se l’umanità è in uno stato deplorevole, pieno di difficoltà e miseria, è a causa della stupidità generale, che cospira contro il benessere e la felicità.

La stupidità è anche peggio del male, perché almeno il malvagio ottiene qualche vantaggio per se stesso, anche a costo del danno altrui.

Lo storico Carlo Cipolla diceva della stupidità: “Una persona stupida è una persona che arreca danno a un’altra persona o gruppo di persone senza ottenere, allo stesso tempo, un vantaggio per se stesso, o addirittura ottenere una perdita”. Cipolla tenta di elaborare una scherzosa teoria generale sulla stupidità umana, che vede gli stupidi come un gruppo di gran lunga più potente delle maggiori organizzazioni come le mafie o le lobby industriali, non organizzato e senza ordinamento, vertici o statuto, ma che, tuttavia, riesce ad operare con incredibile coordinazione ed efficacia. A tal proposito il saggio enuncia 5 leggi fondamentali:

  • Prima Legge Fondamentale: sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  • Seconda Legge Fondamentale: la probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della persona stessa.
  • Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: una persona stupida è una persona che causa un danno ad un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.
  • Quarta Legge Fondamentale: le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare, i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
  • Quinta Legge Fondamentale: la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista. Corollario: lo stupido è più pericoloso del bandito. (Ndr)

Ora, cosa si può intendere per stupidità?

Nel 1866, il filosofo Johann Erdmann definì la stupidità come una ristrettezza mentale. Stupido è colui che tiene conto di un solo punto di vista: il suo. Più i punti di vista si moltiplicano, minore è la stupidità e maggiore è l’intelligenza.

Ecco perché i greci hanno inventato la parola idiota (ἰδιώτης , individuo privato, senza cariche pubbliche; inabile, rozzo) colui che considera tutto dal suo punto di vista personale. Giudica qualsiasi cosa come se la sua minuscola visione del mondo fosse universale, l’unica difendibile, valida e indiscutibile.

Lo stupido soffre di egoismo intellettuale. Lo stupido è rozzo e vanaglorioso. Nega la complessità e diffonde dogmaticamente la sua semplicità. Pensa soprattutto come se fosse in possesso della verità assoluta.

Nel 1937 lo scrittore austriaco Robert Musil affrontò la questione della stupidità nel suo  Al culmine delle correnti totalitarie, ci ha ricordato “la barbarie di nazioni, stati e gruppi ideologici”. Per Musil la stupidità assomiglia al progresso, alla civiltà. Nasce non solo da un Io esagerato, ma soprattutto da un Noi presuntuoso. La stupidità è altamente contagiosa e si nutre di grandi ideali diffusi, luoghi comuni, proclami semplicistici: tutto è nero o tutto è bianco. L’unico punto di vista legittimo è quello di un determinato gruppo sociale, quello di una specifica fazione: la nostra. La stupidità è legata all’intolleranza e all’assenza di dialogo. È un segreto ermetico e mentale. Viene espanso per mezzo di slogan presuntuosi e infondati, cantati in un grottesco clamore collettivo. Tutti a un certo punto possono essere occasionalmente stupidi. Ma ciò che distingue il testardo funzionale, secondo Musil, è l’incapacità permanente di apprezzare il significato delle cose.

Cosa è importante e cosa no? Nella sua presunzione, lo stupido persiste ostinatamente nell’insignificante e accessorio. È incapace di dare priorità alle priorità. Come ha suggerito Nietzsche, “la stupidità più comune è dimenticare il nostro scopo”. 

Uno dei rimedi per la stupidità è la modestia. Quindi, è intelligente mettere in discussione ciò che si fa e si pensa. Chi vive nel “forse” invece che nelle affermazioni categoriche e forti, si allontana dalle sciocchezze. Quello che pensiamo sia intelligente non è altro che una stupidaggine. Era la domanda sollevata da Erasmo da Rotterdam ne

E una buona cura per l’umiltà è una risata intelligente. Da Aristofane e Luciano di Samosata a Jonathan Swift, Mark Twain o Groucho Marx, fare satira sulla stupidità della nostra vita è sempre un esercizio di buona comprensione. Ci fa vedere che le convenzioni sociali sono in molti casi assurde e lente.

Ma la stupidità è anche molto democratica, equa e solidale. La stupidità può colpire chiunque senza distinzione. Ci sono stupidi nella stessa proporzione in tutti gli strati economici e culturali, correnti politiche e luoghi nel mondo.

Insomma la stupidità esiste da sempre, ma c’è anche un modo per porvi fine: ampliare gli orizzonti e mettere in discussione il nostro comportamento e il nostro modo di pensare attenuerà la stupidità, esercitando il dubbio e l’autocritica.

Basterà domandarsi: e se mi sbaglio?

(Estratto da The Conversation)


domenica 15 dicembre 2019

Intervista con Anita Avoncelli : “Intuizioni montessoriane per la demenza. Una nuova visione di cura”

Intervista con Anita Avoncelli : “Intuizioni montessoriane per la demenza. Una nuova visione di cura” 
Scritto da Chiara Marcon Venerdì 26 Ottobre 2018 07:061

Che cosa hanno in comune il mondo degli anziani affetti da demenza, con quello dei bambini? Nel suo nuovo libro la Dottoressa Anita Avoncelli, ( nella foto a sinistra), con un’illuminante intuizione mette le basi per un nuovo metodo di “cura”, verso chi, man mano perde competenze acquisite che hanno contraddistinto la vita fino a poco prima di ammalarsi.
Persone, non più solo pazienti, dove si ha un’attenzione per la loro storia passata, e per il loro presente che deve ogni giorno insieme al personale sanitario, migliorare per garantire una degenza dignitosa e meno mortificante. Al centro non c’è solo un paziente, ma una persona, che ha bisogno non solo di cure, ma ha un bisogno più’ primario che è quello di non perdere se stesso, nella degenza. 
Il metodo Montessori, ad oggi applicato solo al mondo dei bambini, può essere applicato al mondo degli anziani, dove la cura sta proprio negli ambienti dove sono i pazienti, alle loro relazioni e al loro apprendimento, che a differenza di quello dei bambini che acquisiscono competenze per poi evolversi, quello degli anziani è l’opposto, con il conseguente decadimento e oblio. 
Anita Avoncelli, laureata in Scienze dell’Educazione a Padova, si è laureata con una tesi dell’importanza del cambiamento evolutivo della famiglia in chiave sistemica, per poi specializzarsi in mediazione familiare con consulenza tecnica d’ufficio. Per anni ha lavorato in ambito educaticativo con utenza psichiatrica e disabilita, collaborando poi con strutture che ospitano persone affette da demenza. 
Il libro è una risposta a quello che attualmente nelle corsie dei ricoveri si attua ancora poco o nulla, l’aiuto al paziente a non perdersi e le intuizioni montessoriane sono mirate a mantenere la personalità e il vissuto di una paziente, nel rispetto del suo evolversi. In quest’intervista la Dottoressa Avocelli, ci spiega che cosa sono state le sue esperienze, e le sue intuizioni in questo campo: 

1.“Intuizioni montessoriane per la demenza. Una nuova visione di cura”, ci puoi spiegare il titolo e lo sviluppo della tua opera?
Questo titolo è nato da una sensazione, ma anche da una e vera e propria volontà di dare un contributo diverso al panorama letterario che esisteva sull’argomento, attualmente scarso o addirittura inesistente. Partendo da una visione nuova di cura, che è prima di tutto un nuovo “prendersi cura” delle persone affette da demenza, questo libro e questo titolo rappresentano l’inizio di un approccio più “naturale” al mondo della demenza.
In questi anni, il tema della pedagogia e della geriatria sono stati i miei interessi di studio. Inoltre, sono sempre stata affascinata da autori come Reisberg, che ha trattato il tema della retrogenesi nel mondo dell’anziano nelle sue fasi dementigene, o come Montessori, che si è occupata delle fasi di apprendimento dell’infanzia. Il mondo del bambino e dell’anziano sono state le mie “palestre” e queste due realtà mi sono subito apparse molto più simili che diverse, proprio per le modalità in cui si presentano. È divenuto automatico e naturale cogliere le similitudini, anche se i percorsi dell’anziano e del bambino vanno in direzioni opposte, verso il decadimento da una parte, verso la progressione e l’acquisizione dall’altra.
Il Metodo di Montessori può divenire un modello funzionale ad entrambi i mondi perché parte dall’attenzione alla relazione, dalla cura degli ambienti, dall’apprendimento. Il libro si inserisce come una possibilità che, insieme a riferimenti teorici, può fornire degli esempi pratici per chi assiste le persone con demenza, ma soprattutto permette di fare delle riflessioni, che si configurano come delle nuove intuizioni sulla demenza, sui possibili percorsi di assistenza da intraprendere per i nostri anziani. Anche se l’accostamento del Metodo Montessori all’anzianità non è ancora molto diffuso, qualcosa inizia a cambiare nel mondo sociosanitario e questo è il senso di questo lavoro: tentare anche di cambiare visione di cura portandola verso un approccio più umano.

2.Quanto hai impiegato alla stesura del libro e che tipo di esperienza lavorativa hai sperimentato prima di arrivare ad ipotizzare un’altra visione di cura sui pazienti anziani affetti da Alzheimer?
Erano alcuni anni che stavo lavorando a questo libro, man mano raccoglievo appunti che ordinatamente scrivevo. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di dargli una connotazione ben definita, perché non trovavo nulla in commercio che rispondesse alla mia idea e queste similitudini le riscontravo giornalmente. Credo che ipotesi di visioni di cura sui pazienti affetti da demenza e Alzheimer siano semplicemente nate dal mio percorso esperienziale e quindi alla fine ho messo insieme i pezzi come in un puzzle. Lavoro da quasi vent’anni in tale ambito e credo che l’esperienza diretta possa essere un potenziale importante per mettere a frutto delle possibilità di intervento.

3. Come hai messo in relazione lo sviluppo di un bambino con quello di un anziano?


È stata una scoperta fatta attraverso l’esperienza che mi ha fatto vedere questa relazione. Prima di laurearmi ho effettuato il tirocinio obbligatorio formativo presso la neuropsichiatria dell’ospedale della mia città e lì non c’erano molti studenti della mia Facoltà che sceglievano questo percorso, per cui non è stato semplice iniziare. Durante questa fase parecchio intensa mi sono avvicinata al mondo dell’approccio sistemico, attraverso lo studio della mediazione familiare e del tema del ciclo vitale, che ho inserito nella mia tesi. Mi sono laureata nel 2000 presso l’Università di Padova con un lavoro sull’educazione familiare che teneva in considerazione proprio questi aspetti. Quindi i temi dell’infanzia, delle famiglie, dell’educazione permanente e anche della prevenzione erano già nelle mie corde. Ho iniziato a lavorare quasi subito nell’ambito dell’educazione presso il vecchio ospedale psichiatrico S. Artemio di Treviso, dove la gran parte delle persone ancora ricoverate erano ormai anziane. Questa è stata per me un’esperienza fortissima ed umana allo stesso tempo. Ho portato avanti le mie riflessioni sul tema dell’infanzia, delle famiglie e, parallelamente, ogni giorno coglievo continue somiglianze più che dissonanze. Piaget (pensiamo allo sviluppo motorio del bambino) e Lewin (al pensiero dello spazio psicologico di libero movimento) già rappresentavano degli autori che apprezzavo e che in forma ancora ibrida mi stavano fornendo degli interessanti spunti di riflessione.

4. C’è una frase di Susan Santag, che citi nel tuo libro, che affermava che «la malattia è un evento che si manifesta non nel corpo, ma nella vita della persona», quindi prima di curare sostieni che è meglio sostenere…come va sostenuto l’anziano che pian piano perde ogni giorno ciò che ha acquisito?
Sento molto vicina questa frase, perché purtroppo quando sperimenti una malattia su un tuo caro, cogli la fragilità dell’esistenza e ti rendi conto che la malattia non è solo qualcosa che ti colpisce nel corpo ma è tutta la tua vita ad esserne drammaticamente sconvolta. Quindi il senso è quello di sostenere la persona non solo sotto il profilo prettamente assistenziale, ma soprattutto su quello umano e di prendersi cura anche di coloro che stanno vicino alla persona e che si trovano a vivere la malattia. Sostenere nell’ambito della demenza vuol dire soprattutto non abbandonare e non tralasciare la possibilità di intervenire, creando un ambiente che permetta di mantenere quell’identità specifica della persona, che deve restare viva e unica anche nella malattia. Le strategie operative, relazionali ed occupazionali non dovranno mai dimenticare chi è quella persona e chi è la sua famiglia.

5. Il metodo Montessori sostiene il bambino a trovare la propria via, il proprio sviluppo…l’anziano affetto da demenza che cosa deve trovare? 
L’anziano affetto da demenza non è diretto tanto a trovare un qualcosa di nuovo, quanto a tentare, per quanto possibile, a non perdere se stesso durante la malattia, perché ogni persona è molto di più della patologia, qualunque essa sia. Non è una ricerca verso una nuova identità, ma un mantenere la propria specificità, la propria identità e le proprie abilità, cioè tutte quelle peculiarità che rendono unica quella persona. Reisberg, nel descrivere la retrogenesi, affronta le tappe “involutive” che la persona affetta da demenza si trova a ripercorrere e anche la Montessori parla di tappe, seppur in chiave “evolutiva” per quel che riguarda il bambino. L’idea è che non si può pensare di chiedere ad un bambino o ad un anziano affetto da demenza delle prestazioni che non siano adeguate alla fase specifica del suo percorso. Per esempio, non si può chiedere ad un bambino di un anno e mezzo di mangiare in autonomia restando seduto e fermo per tutto il tempo, così come non si può pretendere che una persona affetta da demenza mantenga una soglia di attenzione prolungata. Si deve capire in quale fase si trova quella persona, ma soprattutto non perdere di vista chi è, quali sono le sue esperienze, quali le sue competenze, quali i suoi bisogni.

6.Ci sono delle strutture dove hai potuto sperimentare questo metodo? 
Nel mio lavoro quotidiano sto tentando di portare avanti questo approccio, sia presso una piccola comunità, dove risulta più semplice riuscire a sperimentare alcune metodologie per quanto riguarda l’ambiente a misura di casa. Poi presso una realtà più grande, una Fondazione, dove ho portato avanti esperienze educative più strutturate, affiancando il lavoro degli operatori e orientandolo secondo attività specifiche e ben strutturate. È una strada fortemente in salita, non semplice, ma credo che in questi anni ci siano più sensibilità e consapevolezza su questa malattia, pertanto una maggiore apertura anche a nuove modalità di intervento che possono risultare di beneficio sia per la persona affetta da demenza, sia per i familiari, sia per gli operatori che si fanno carico di tali situazioni. Ci sono realtà che già incarnano questo spirito di libertà ed autonomia, per cui risultano già su un percorso ben avviato, per altre c’è ancora molto lavoro da fare.

7. Il personale sanitario è formato adeguatamente per sostenere l’anziano affetto da Alzheimer con il metodo Montessori?
Il vecchio detto che “non si è mai profeti in patria” penso calzi a pennello per Maria Montessori. Questa famosa pedagogista ha avuto grandi lodi in tutto il mondo tranne in Italia. Credo che solo ora si stia riprendendo un po’ di adeguata stima nei suoi confronti, ma siamo ormai oltre gli anni 2000. Credo pertanto che si sia perso del tempo prezioso che sarebbe stato più utile utilizzare per sensibilizzare maggiormente le persone, perché il metodo Montessori è prima di tutto un pensiero di vita. Quindi, tornando alla sua domanda, io credo che non ci sia ancora personale adeguatamente formato al metodo Montessori nella misura in cui non è stato dato uno spazio giusto al metodo in diversi campi dell’educazione. Inoltre, non ho trovato fonti letterarie che abbiano messo insieme Demenza, Retrogenesi e Montessori come ho tentato di fare in questo lavoro, per cui penso che il mio libro possa essere solo un punto di partenza, una possibile strada alternativa percorribile, nella consapevolezza che non sia una risposta totalizzante ma una base da cui partire. Il personale va formato.

8. Passiamo tutta la vita ad imparare, ma la maggior parte delle cose che impariamo le dimentichiamo e teniamo solo quelle essenziali…con la demenza che cosa si dimentica maggiormente?
I ricordi del passato recente scompaiono e risulta compromesso il funzionamento della memoria ma, come dice lei, “teniamo solo quelle essenziali”, per cui la domanda che dobbiamo farci è “che cos’è essenziale”? Per ciascuno di noi “essenziale” è una cosa diversa, ma sono soprattutto le emozioni che proviamo che ci aiutano e che riusciamo a riconoscere. Il fatto che un gesto possa farci stare bene è un’esperienza che non si dimentica e diventa un utile strumento per poter entrare in relazione. Anche se poi si verifica un disorientamento a livello spaziale e temporale, quell’”essenziale” è rappresentato dalle emozioni che possono essere percepite e che restano. Io posso dimenticare il nome di un mio famigliare, non ricordare che cosa ho fatto poco tempo prima, chi sia la persona accanto a me, ma l’emozione di serenità o il fatto che una certa azione o situazione mi faccia star bene è qualcosa che riesco a percepire anche nelle fasi avanzate della malattia ed è giusto mantenere.

9. Il metodo Montessori può’ essere applicato anche in caso di demenza senile precoce, cioè anche quando il paziente non è cosi anziano?
La malattia di Alzhaimer colpisce generalmente persone che hanno superato i 65 anni, ma non è raro che ci siano casi di persone più giovani e le loro esigenze sono diverse rispetto ad una persona con un’età più avanzata. Chi è più giovane è maggiormente consapevole delle proprie difficoltà e pertanto le stesse aspettative, ma anche le frustrazioni, risultano più forti. I bisogni di autonomia e di libertà sono diversi, così come le prestazioni. Come ho spesso ribadito, questo non è un metodo passepartout e se ce ne fosse uno forse sarebbe il caso di dubitarne. Io credo si debba valutare di volta in volta quale sia la situazione e quali le esigenze, attraverso il grado di compromissione che la persona presenta, ma soprattutto attraverso quali abilità sono conservate per poter permettere un mantenimento di queste e del benessere della persona.

10. Perché il metodo Montessori è ancora poco usato in Italia, nelle scuole, a tuo avviso?
Montessori parlava di libertà e di autonomia al fine della costruzione di una vera indipendenza del bambino. Questo metodo punta alla socializzazione. In molti stati esteri è ben conosciuto e molte realtà si rifanno a questo metodo. C’è stato un momento storico in cui Montessori in Italia ha conosciuto fama e gloria ma poi è stata trascurata. Ai giorni nostri credo che ci sia ancora un certo retaggio rispetto all’idea stessa del metodo, perché prevale un’idea di omologazione piuttosto che di differenziazione delle competenze. Non si riesce a rispondere adeguatamente ai bisogni singoli ma risulta più semplice dare una risposta complessiva, che, in quanto tale, non può essere la risposta giusta, visto che ogni bambino è diverso così come lo è ogni adulto e ogni anziano affetto da demenza.

11. Con i modelli familiari attuali, è possibile un inserimento dell’anziano “malato”, nella società e magari nel suo nucleo d’origine, oppure meglio una struttura di sostegno? 
Ogni famiglia è diversa, con esigenze e situazioni molto particolari, per cui diventa difficile generalizzare. Statisticamente sono spesso le mogli le prime caregiver dei mariti malati, per poi passare ai figli, spesso donne. Anche in questo caso, a livello sociale, si riscontra ancora una presa in carico maggiore da parte della donna rispetto all’uomo. Inoltre, oggi le famiglie sono impegnate professionalmente, senza una rete di persone a loro accanto e spesso i servizi mancano anche per l’infanzia, per cui pensare che dei figli si facciano carico anche dei propri genitori anziani in casa non è sempre una scelta percorribile a livello economico, emotivo, ma soprattutto assistenziale. La possibilità di restare nella propria casa – dove si è vissuti e si sono conservati gli affetti di una vita – dovrebbe essere la scelta percorribile nella maggioranza dei casi, magari sostenendo questa permanenza attraverso l’aiuto di una persona esterna, che tuttavia non è sempre accettato dall’anziano e non sempre è gestibile con il progredire della malattia. Attualmente anche in Italia si assistono ad interessanti progetti di cohousing per persone anziane che, ancora nel pieno delle loro competenze, scelgono di poter mantenere la loro privacy ed autonomia in un contesto di maggiore sicurezza e tutela fino al progredire della malattia, per poi arrivare a strutture di sostegno mirate.

12. C’è un rapportarsi al paziente anziano, con poco rispetto secondo te della persona, come si può ritornare ad avere strutture e personale sanitario attente più’ ai pazienti che alle patologie?
Il pensiero di oggi rispetto al tema della demenza è cresciuto in esperienza rispetto al passato. Dal punto di vista dell’assistenza siamo passati da un modello prettamente medico, degli anni ‘50, dove esisteva la malattia che prevedeva una cura o la prevenzione, poi siamo passati negli anni ‘70 ad un’idea diversa: la visione era più quella della disabilità, del deficit, per cui la riabilitazione e la compensazione diventavano le strategie più in voga. Ad oggi, invece, i modelli sono più di tipo psicosociale, rivolti alle persone più che alla malattia in sé, con l’obiettivo di lavorare più sul vero supporto alla persona come individuo. Questo significa che non si accantona la malattia ma si guarda alla persona. Rogers, Erikson, Kitwood (pensiamo al suo modello CCP ovvero alla “cura centrata sulla persona”), sono solo alcuni dei precursori di un modello che va verso la persona come individuo piuttosto che concentrarsi sulla malattia. Insomma, la demenza è molto di più una compromissione neurologica e credo che questa nuova visione d’insieme si stia facendo strada e che molte realtà e professionisti stiano andando verso questa direzione. 

13. Nel tuo libro fai rifermento a pazienti con i quali hai lavorato direttamente, incontrare c’è qualcuno che ti ha particolarmente colpita e perché?
Ce ne sono stati molti, ma sicuramente il primo paziente con cui mi sono relazionata è quello di cui parlo nel libro, proprio all’inizio. È stata un’esperienza molto forte e sotto certi aspetti dolorosa. Trovarsi a che fare con un essere umano che ha sofferto così tanto nella sua vita, che ha passato la sua intera esistenza all’interno di un ospedale psichiatrico fin dall’infanzia, credo che rappresenti un’esperienza che non si può dimenticare. Quello rappresentava il fallimento della cura, del sostegno dell’essere umano.

14. In un mondo che va di fretta, siamo capaci di prenderci "cura” veramente di qualcuno o abbiamo perso questo significato?
È difficile, ma i bambini e gli anziani ce lo insegnano di continuo. Sta a noi saperlo cogliere. Ciò che è essenziale dovrebbe rappresentare il centro della nostra vita, mentre il più delle volte siamo alla ricerca di ciò che non lo è. “Gioca con me mamma”, oppure “leggimi una storia”, sono richieste di attenzione e di un bisogno di tempo di qualità da trascorrere insieme che non vanno trascurate. Anche piccole e semplici domande da porre all’anziano possono indurlo ad aprirsi all’ascolto e questo rappresenta quell’essenziale a cui dobbiamo tornare.

15. Che progetti intendi sviluppare con questo tuo lavoro?
Questa è una goccia, ma come ogni goccia lascia un segno e può allargarsi. Spero di potere far conoscere il più possibile questo pensiero che permette una nuova visione di cura. Una persona che acquisisce un modello di aiuto verso l’altro può diventare lei stessa promotrice del cambiamento, sia che si tratti di una famiglia che di una struttura oppure di un servizio territoriale. In questo momento questo libro rappresenta questo tentativo e questa speranza.

Anita Avoncelli

lunedì 14 agosto 2017

MEDICINA: Il fibroadenoma al seno

Fibroadenoma al Seno
Il fibroadenoma al seno è un tumore benigno della mammella, che colpisce soprattutto le giovani donne. Di dimensioni variabili, assomiglia a una biglia e può assumere una consistenza a volte gommosa, a volte rigida.
Le cause scatenanti, al momento, sono ancora poco chiare.
Figura: un fibroadenoma al seno. Dal sito: daviddarling.info
Tuttavia, i sospetti maggiori riguardano gli estrogeni (gli ormoni sessuali femminili) e il ruolo da essi giocato nel corso della seconda e terza decade di vita (cioè tra i 15 e i 30 anni).
La maggior parte dei fibroadenomi è innocua e non provoca tumori maligni al seno, tuttavia, per essere certi della loro benignità, bisogna sottoporsi a una diagnosi accurata.
Il trattamento terapeutico, quando è previsto, prevede un intervento di rimozione chirurgica.

Cos'è il fibroadenoma al seno?

Il fibroadenoma al seno è un tumore solido di tipo benigno, che insorge a livello delle mammelle (o ghiandole mammellari) delle giovani donne.
Alla palpazione, il fibroadenoma si presenta come un nodulo dalla superficie liscia e di consistenza variabile: in alcuni casi, infatti, può essere gommoso; in altri, può essere rigido; altre volte, viene descritto come una biglia molto mobile.
Il fibroadenoma al seno non è da considerarsi una condizione pericolosa quanto il tumore maligno al seno, tuttavia la sua insorgenza richiede un monitoraggio periodico, a scopo del tutto precauzionale.

Approfondimento: cos'è un tumore benigno?
Con il termine di tumore, si identifica una massa di cellule proliferanti, che si forma, in modo del tutto anomalo, all'interno di un tessuto.
Nel caso dei tumori benigni, la massa cellulare prolifera molto lentamente, non è infiltrativa e neppure metastatizzante (per non infiltrativa e non metastatizzante, s'intende che non invade i tessuti circostanti e non si diffonde per l'organismo, come fa, invece, un tumore maligno). Un tumore maligno (o cancro o carcinoma) ha delle caratteristiche esattamente contrarie: si accresce velocemente e, se non viene rimosso per tempo, si diffonde nei tessuti circostanti e nel resto dell'organismo.

TIPI DI FIBROADENOMA AL SENO

Esistono due tipi di fibroadenoma al seno: il fibroadenoma semplice e il fibroadenoma complesso.
Il fibroadenoma semplice è una massa cellulare generalmente priva di qualsiasi pericolosità, che si mantiene stabile (o addirittura si riduce) nel corso della vita.
Il fibroadenoma complesso, invece, è una neoplasia benigna da tenere sotto osservazione periodica, perché, in base a studi scientifici accreditati, sembrerebbe favorire la comparsa di un tumore al seno maligno.
Le differenze tra fibroadenoma semplice e fibroadenoma complesso riguardano anche la struttura interna: nei fibroadenomi complessi, infatti, si possono individuare delle cisti piene di liquido e dei depositi di calcio, entrambi assenti nei fibroadenomi semplici.
Per sapere qual è il tipo di fibroadenoma, di cui si soffre, è necessario sottoporsi a degli appropriati esami diagnostici.

IN CHE PUNTO DELLA MAMMELLA INSORGE IL FIBROADENOMA?

La mammella o ghiandola mammellare ha un'anatomia particolare. Al suo interno, contiene tessuto ghiandolare, tessuto adiposo e tessuto fibroso. Il tessuto ghiandolare è composto da delle strutture chiamate lobuli, i quali, unendosi tra loro, formano i cosiddetti lobi.
Figura: il seno femminile e le sue strutture principali. Dal sito: breastcancercare.org.uk
Nei lobi, si produce il latte materno, che giunge al capezzolo attraverso dei piccoli canali, detti dotti lattiferi.
Il fibroadenoma al seno è una massa anomala compatta, che si forma a livello dei lobuli.

EPIDEMIOLOGIA

Il fibroadenoma al seno è un tumore benigno tipico delle donne giovani, che vanno dai 15 ai 30 anni. Secondo alcuni dati statistici, infatti, a partire dai 30 anni d'età, le possibilità di una sua comparsa si riducono in modo graduale, al punto che, nel periodo post-menopausale, sono davvero molto poche.
In base a uno studio svolto negli Stati Uniti, l'incidenza annuale del fibroadenoma al seno riguarda il 10% circa delle donne americane.

Cause di fibroadenoma al seno

Le cause precise, che provocano un fibroadenoma al seno, non sono ancora state chiarite del tutto.
Secondo alcuni studi, l'origine sembrerebbe legata a dei livelli troppo elevati di estrogeni, ovvero gli ormoni sessuali femminili. Se così fosse, si spiegherebbe meglio l'alta incidenza tra le donne giovani, in cui vi è una notevole quantità di estrogeni circolanti per l'organismo, ma anche la bassa incidenza tra quelle in menopausa e in post-menopausa, in cui il numero di estrogeni è sensibilmente ridotto.

Sintomi, segni e complicazioni

Il fibroadenoma al seno possiede le seguenti caratteristiche:
  • Al tatto, assomiglia a una biglia o a un nodulo
  • Ha dei contorni ben definiti e regolari
  • Può essere rigido oppure gommoso
  • Ha una superficie liscia
  • È, di solito, indolore
  • È di dimensioni variabili

DIMENSIONI

Le dimensioni di un fibroadenoma al seno possono variare da persona a persona.
Alcune donne presentano dei fibroadenomi di diametro contenuto, pari a 1-3 centimetri; altre, invece, sviluppano delle masse cellulari ben più voluminose, con un diametro che può raggiungere perfino i 5-6 centimetri.
I fibroadenomi di piccole dimensioni sono, in genere, del tipo semplice, mentre i fibroadenomi di grandi dimensioni possono appartenere sia al tipo semplice che a quello complesso.
In menopausa, può verificarsi una regressione definitiva del fibroadenoma, che porta quest'ultimo a divenire quasi impercettibile al tatto e alla vista; viceversa, durante una gravidanza, il volume del tumore può aumentare temporaneamente, a seguito, forse, di un cambiamento dei livelli ormonali.

QUANTI FIBROADENOMI AL SENO POSSONO FORMARSI?

Sul seno di una donna, possono comparire uno o più fibroadenomi. Quando sono più di uno, può essere interessata una mammella soltanto oppure entrambe.
Se le masse cellulari sono del tipo semplice (ovvero non contengono cisti e/o depositi di calcio), la comparsa di più fibroadenomi al seno è del tutto casuale e non ha significati particolari.

QUANDO RIVOLGERSI AL MEDICO?

Alla comparsa di un fibroadenoma al seno o di fronte a un suo eventuale ingrandimento, è sempre consigliato rivolgersi al proprio medico e sottoporsi a degli accertamenti clinici precauzionali. Solo così, infatti, è possibile scoprire se il tumore benigno in questione è del tipo semplice oppure del tipo complesso.

COMPLICAZIONI

La presenza dei fibroadenomi semplici al seno è considerata, generalmente, innocua.
Pertanto, le sole complicazioni documentabili sono quelle legate a una possibile evoluzione di un fibroadenoma complesso in un tumore maligno al seno.

Diagnosi

Per stabilire una diagnosi corretta di fibroadenoma al seno, si parte, come spesso accade, da un esame obiettivo; dopodiché, in base a quanto emerge da quest'ultimo e all'età della paziente, si ricorre a degli esami strumentali (mammografia ed ecografia del seno) e a un'analisi citologica (cioè delle cellule) della massa tumorale.
Ecco, di seguito, una panoramica del percorso diagnostico che si mette generalmente in pratica in caso di sospetto fibroadenoma al seno:
  • Esame obiettivo. Il medico analizza, in modo accurato, la mammella interessata dal nodulo sospetto e cerca di capirne la forma e le dimensioni. Come si è detto, un fibroadenoma al seno assomiglia a una biglia e presenta, al tatto, una superficie liscia e una consistenza a volte gommosa, a volte, rigida. I fibroadenomi di dimensioni discrete sono facilmente visibili anche ad occhio nudo; quelli di dimensioni più piccole risultano meglio evidenti al tatto.
  • Mammografia. La mammografia è un esame ai raggi X, che fornisce delle immagini chiare dell'area con il nodulo sospetto. Un fibroadenoma al seno si presenta come una massa priva di asperità (quindi liscia), dai contorni definiti, di forma tondeggiante e, infine, distinta dal resto del tessuto ghiandolare. Quest'ultimo aspetto, ovvero il fatto che il tumore sia isolato, è particolarmente importante, in quanto è ciò che caratterizza i tumori al seno non infiltranti.
    La mammografia rappresenta l'esame ideale per rintracciare i fibroadenomi al seno delle donne sopra i 30 anni.
    Trattandosi di un esame ai raggi X, la mammografia prevede l'uso di radiazioni ionizzanti nocive.
  • Ecografia al seno. L'esame ecografico permette di visualizzare, su un monitor e in tempo reale, la struttura del nodulo sospetto.
    Figura: ecografia al seno.
    Se ci sono delle cisti (tipiche del fibroadenoma complesso), queste sono riconoscibili, perché lo strumento diagnostico mostra delle raccolte di liquido.
    Al contrario della mammografia, l'ecografia non fa uso di radiazioni ionizzanti ed è l'esame più indicato per le donne sotto i 30 anni.
  • Aspirazione tramite ago sottile. Eseguita solo in caso di una comprovata presenza di cisti, consiste nell'infilare un ago esattamente nel nodulo sospetto e nell'aspirarne parte del suo contenuto liquido. Una volta fatto ciò, si analizza il liquido in laboratorio e si stabilisce il tipo e la gravità del fibroadenoma.
  • Biopsia. Prevede l'asportazione di una piccolissima porzione di tessuto ghiandolare sospetto e l'osservazione di questa al microscopio. Allo strumento, le cellule di un tumore benigno sono ben diverse da quelle di un tumore maligno, pertanto la biopsia è l'esame ideale per stabilire la vera natura della neoplasia.
    È giusto ricordare che l'ago, usato per il prelievo del campione cellulare, è decisamente più grosso di quello usato per l'aspirazione di liquido e, per questo, potrebbe destare delle preoccupazioni.

Terapia

Per rimuovere un fibroadenoma al seno, serve un intervento chirurgico di asportazione; tuttavia, nella maggior parte dei casi, si preferisce non operare, in quanto il tumore benigno non rappresenta alcuna minaccia per le donne che ne sono portatrici.

QUANDO E PERCHÈ SI PUò’ EVITARE L'INTERVENTO?

La rimozione chirurgica è un intervento del tutto superfluo, e per certi versi pure sconsigliato, quando il medico, sulla base di un'accurata diagnosi, è certo che il nodulo riscontrato sul seno è un fibroadenoma semplice.
Bisogna, infatti, ricordare che:
  • Un'operazione chirurgica, per quanto sicura possa essere, comporta sempre un minimo rischio di complicazioni
  • I fibroadenomi semplici possono, con l'avanzare dell'età, ridursi di volume e scomparire quasi del tutto
  • I fibroadenomi semplici sono tumori benigni stabili, non infiltrativi e non metastatizzanti.
Attenzione: la scelta di non asportare il fibroadenoma, perché è stato valutato innocuo, non vuol dire che vada trascurato. È, infatti, fortemente raccomandato, a tutte le donne con questo tumore (anche per le forme meno pericolose), di sottoporsi a dei controlli periodici, per tenere sotto osservazione la situazione. Questa è una misura soltanto precauzionale, che, però, è fondamentale per evitare qualsiasi tipo di complicazione. Vanno segnalati, al proprio medico, tutti i cambiamenti di volume e di consistenza.

CHIRURGIA: QUANDO OPERARE?

L'intervento chirurgico diventa indispensabile, se, dalla diagnosi effettuata (specie dalla biopsia), sono emersi dei dubbi sulla benignità della massa tumorale. In altre parole, se il tumore presenta anomalie o particolarità che potrebbero far pensare a una neoplasia maligna.
L'intervento si rende necessario anche dinanzi ad un fibroadenoma complesso ritenuto pericoloso.
Le procedure per la rimozione del fibroadenoma sono tre:
  • Lumpectomia o biopsia escissionale. È una metodica ideale per rimuovere le cisti formatesi all'interno del tessuto ghiandolare, di cui è incerta la natura (se maligna o benigna). Essa prevede una piccola incisione, sopra la zona sospetta, e l'asportazione del nodulo sottostante. Tale nodulo, una volta prelevato, viene analizzato accuratamente in laboratorio, in modo tale da scoprire l'origine della neoplasia. Se gli esami di laboratorio attestano la malignità, il trattamento terapeutico non si conclude con la lumpectomia, ma richiederà anche dei cicli di chemioterapia, radioterapia e, forse, un secondo intervento chirurgico.
    Limite: è un intervento invasivo, specie se il fibroadenoma sospetto è di grandi dimensioni.
  • Crioablazione. Prevede l'utilizzo di uno strumento particolare, dotato di tanti piccoli aghi e chiamato criosonda, che è in grado di congelare i tessuti sospetti (il termine "crio" deriva dal greco e vuol dire "freddo") e scongelarli gradualmente. Una volta messo in pratica, questo processo crea uno shock termico che provoca la morte delle cellule tumorali trattate. I processi di congelamento e scongelamento si ottengono con dei gas (argon per il primo processo ed elio per il secondo), i quali vengono "sparati", attraverso gli aghi della criosonda, sul tessuto da trattare.
    L'intera procedura viene seguita su un monitor, collegato alla criosonda, e si svolge in anestesia locale.
    Limite: agendo direttamente in situ (cioè in sede), non offre il vantaggio, descritto per la lumpectomia, di poter analizzare ulteriormente il tessuto tumorale.
  • Terapia a ultrasuoni. È una metodica la cui efficacia è stata riconosciuta solo di recente; difatti, fino a poco tempo fa, era presa in considerazione solo per i tumori di prostata, utero o fegato. Essa consiste nel concentrare, sull'area interessata e mediante uno strumento apposito, delle onde a ultrasuoni ad alta intensità, in modo tale da distruggere le cellule tumorali.
    Limite: agendo direttamente in situ (cioè in sede), non offre il vantaggio, descritto per la lumpectomia, di poter analizzare ulteriormente il tessuto tumorale.

Prognosi

Il fibroadenoma al seno è, generalmente, una presenza innocua e ha prognosi positiva.
Tuttavia, è bene tenerlo comunque sotto osservazione e sottoporsi, di tanto in tanto, a dei controlli diagnostici. Come si è detto, infatti, potrebbero insorgere delle forme particolari di fibroadenoma, cioè il fibroadenoma al seno complesso, che potrebbero essere, in qualche modo, il preludio a un tumore al seno maligno.
fonte: http://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/fibroadenoma-seno.html


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sabato 1 luglio 2017

MEDICINA: Ecco alcune semplici regole per perdere peso col caldo senza fatica

L’estate è una stagione particolare anche per quanto riguarda l’argomento “dieta”; è una stagione “contraddittoria” poiché da una parte induce molti a intraprendere diete dimagranti ferree, anche “fai da te” nell’intento di rientrare nei jeans dell’anno precedente; dall’altra costituisce l’occasione per concedersi libertà voluttuarie, trasgredendo tutte le regole, anche quelle dettate dal buon senso. Se curare l’alimentazione è sempre importante, durante l’estate, quando il caldo si fa sentire, alimentarsi in modo appropriato è fondamentale per conservare un buono stato di salute.
Ecco alcune regole per perdere peso d’estate senza fatica: idratatevi, dentro e fuori. L’acqua, oltre a purificare e sgonfiare, consente di reintegrare i liquidi persi con il sudore, tenendo lontana la cellulite, oltre a conferire uno sensazione di sazietà. In aggiunta all’acqua, possibilmente oligominerale e con residuo fisso sino a 200 mg/l, potete sbizzarrirvi con tisane, centrifugati di verdura da consumare al momento e tè preparato in casa, addolcendolo con pochissimo zucchero e tanto succo di limone. Per un gusto ancora più delicato, consumate tè verde, ricchissimo di antiossidanti. Attenti alle bevande gassate e troppo fredde che, pur apportando un momentaneo refrigerio, possono essere causa di complicanze importanti, tra cui la congestione. Moderate il consumo di succhi di frutta, ricchi di zuccheri, che aumentano l’introito calorico ed evitate le bevande alcoliche, che aumentano la sudorazione e la sensazione di calore, limitate i caffè.
A colazione, via libera al latte parzialmente scremato con cereali o accompagnato da fette biscottate integrali, adelle ottime spremute di frutta fresca, allo yogurt bianco, meglio con pezzettini di frutta fresca o cereali. Per gli amanti di una colazione un po’ più salata, gustose le fette biscottate o il pane tostato con ricotta fresca e un po’ di miele o marmellata. Non dimenticate che l’estate, con i suoi colori, è una stagione che offre tantissime alternative culinarie. Consumate a volontà meloni, angurie, pesche, albicocche, nonché lattuga, insalata riccia, rucola e pomodori in quanto la frutta e la verdura, non solo dissetano e rinfrescano, contenendo una notevole quantità di acqua, ma reintegrano i sali minerali persi con l’eccessiva sudorazione, rifornendo di vitamine e di sostanze antiossidanti, nutrendo l’organismo e proteggendolo, allo stesso tempo, dai danni correlati all’esposizione al sole; oltre a non farvi arrivare affamati ai pasti principali. La frutta e la verdura colorata di stagione sono un valido alleato della tintarella, proteggendo la pelle dall’invecchiamento provocato dai raggi solari. Concedetevi un buon piatto di spaghetti con pomodoro e basilico al ragù che sazia senza appesantire, stando attenti ad eliminare i condimenti troppo elaborati, ricchi di grassi e piccanti. Un ottimo piatto può essere la buonissima e sfiziosa insalata di riso, ricco di amido, un tipo di carboidrato molto digeribile. Usate il riso parboiled che non scuoce e mantiene i chicchi ben separati, evitandovi di condire molto con l’olio.
Non rinunciate alla gioia di una grigliata mista di pesce, prestando attenzione a non condirlo con maionese, senape e altre salse, ma solo con olio d’oliva e limone. Sono vietate fritture e cotture con burro, optando per pesce al vapore e al cartoccio o, in alternativa, per carni bianche, più leggere e digeribili (es. pollo). Inoltre, dormite per almeno 8 ore a nottedato che il sonno interrotto può provocare uno squilibrio negli ormoni che regolano il peso e il metabolismo, con ripercussioni sulla linea; fate movimento poiché l’esercizio fisico mantiene elastici e tonici i tessuti, favorendo la circolazione e prevenendo i ristagni di liquidi e i gonfiori. Per perdere peso, prendetevi tempo: la pazienza e la perseveranza fanno sì che il corpo si abitui alle trasformazioni senza sforzi. Come detto poc’anzi, è importante il metodo di cottura dei cibi. Meglio la cucina a vapore, che consente agli alimenti di preservare le loro caratteristiche nutrizionali, senza l’aggiunta di grassi, ma aromatizzando con spezie. Inoltre, mangiate lentamente per non eccedere coi cibi.
Caterina Lenti

venerdì 31 marzo 2017

Camminare: fallo così per bruciare il grasso e perdere peso

E’ uno dei migliori esercizi per il nostro organismo, è molto semplice e non si ha bisogno di attrezzatura: camminare fa bene alla salute, ci fa perdere peso e migliora l’umore. Il grasso, distribuito su tutte le aree del corpo, si accumula più abbondantemente in alcune zone come la pancia.
Non è possibile bruciare il grasso di una sola area, ed è per questo che per ridurre il girovita bisogna bruciare il grasso in tutto il corpo. Camminare è utile proprio per questa ragione: è un esercizio completo che favorisce la combustione del grasso.
Camminare dai 30 ai 60 minuti a una velocità che possa portare il ritmo cardiaco ad un 60-70% della sua capacità brucia l’85% delle calorie sotto forma di grassi.
Camminare a passo moderato per 30-60 minuti non solo brucia il grasso, ma favorisce lo sviluppo dei muscoli portando all’aumento del metabolismo.
La formula è semplice: peso x distanza percorsa = energia spesa. Il tempo non è importante come la distanza, ma se si cammina più velocemente si bruciano più calorie.
Se si va a passo lento (circa 4 km/h), si bruciano 300 calorie ogni ora. Ma aumentando la velocità a 6 km/h è possibile bruciarne 360, mentre a 8 km/h se ne bruciano tra 400 e 500. In poche parole, se stai cominciando a camminare, è meglio aumentare la distanza percorsa piuttosto che aumentare la velocità.
Per bruciare calorie bisogna camminare distanze lunghe: si migliora la massa muscolare (sopratutto delle gambe).

Bastano soli 30 minuti al giorno di camminata per dare al tuo corpo il benessere totale di cui ha bisogno. Cuore, reni, ossa e non solo. Scopri tutti i benefici.

La salute è qualcosa di importante che non va assolutamente trascurata. Possiamo prenderci cura di noi in vari modi uno di questi è proprio attraverso la camminata giornaliera!
Potrà sembrarvi strano ma essa è in grado di allungare la vita e donare benefici a tutto i corpo. Non è cosa da poco poter ritagliare anche solo 30 minuti al giorno per fare una camminata a passo deciso. Oltre che a mantenerci in forma senza ingrassare, potrà giovare al sistema cardiovascolare, a prevenire il diabete, ad aumentare le difese immunitarie, ad allentare lo stress, rinforzare i muscoli e tanto altro ancora.

Camminare: Ecco i benefici

1. Allunga la vita
Questo perché la sedentarietà annulla e spegne lentamente l’uomo debilitando lentamente muscoli e arti. Se manteniamo sempre in allenamento il nostro corpo possiamo allontanare lo spettro di alcune malattie. Questo ci permetterà anche di vivere meglio!
2. Previene l’osteoporosi
Proprio per riallacciarci a ciò che stavamo dicendo prima, la vita sedentaria è nemica, soprattutto se c’è lo spettro dell’osteoporosi. Se si cammina ogni giorno possiamo stimolate e rafforzate le ossa, aumentandone la densità. Così facendo riusciamo a prevenire malattie come l’artrite e modifichiamo il decorso della malattia. Se conducessimo una vita prima di attività fisica le nostre ossa verrebbero divorate dall’osteoporosi.
3. Riduce il rischio di cancro
Passeggiare ogni giorni per almeno 30 minuti è davvero un toccasana e aiuta a prevenire l’insorgenza del cancro al seno. E’ stato dimostrato che le donne che praticano questa attività hanno circa il 15% di probabilità in meno di ammalarsi. Si è visto che la camminata scoraggia anche la formazione di cancro al colon e all’utero.
4. Rinforza il cuore e previene le malattie cardiache
Ebbene sì. La camminata allunga davvero la vita e come possiamo vedere, ci dona un cuore più forte e meno rischi.
Bastano anche solo 30 minuti al giorno per riduce drasticamente il rischio di malattie cardiache fino al 27%. Inoltre possiamo mantenere sotto controllo la pressione sanguigna senza che vi siano sbalzi, favorisce la riduzione del colesterolo e aiuta mantenere il diabete su livelli stabili.
5. Tonifica e sgonfia gambe e glutei
Camminare ogni giorno ci permette di mantenere anche una forma fisica invidiabile, tonifica il corpo soprattutto le gambe e i glutei (essendo maggiormente sotto esercizio). A chi non piace un corpo tonico e rassodato? Ebbene, la camminata è quello che fa per voi, soprattutto se non siete abituati all’esercizio fisico.
6. Allontana lo stress e la depressione
Prendersi mezz’ora di pausa può far bene anche alla psiche. Se siamo stressati e ci sentiamo giù di morale la camminata può aiutarci a ristabilire un naturale equilibrio psico-fisico. Questo tipo di attività fisica è una buona terapia per combattere la depressione ed allentare la tensione. Dopo 30 minuti, vedrete che vi sentirete rinate e ritroverete un senso di pace e tranquillità. Prativare questo tipo di attività ogni giorni può risultare davvero terapeutico. Provare per credere!