La severità di mio padre era leggendaria in tutta la borgata. D’altronde, nell’Italia degli anni ’60, crescere nove figli maschi non era un’impresa per i deboli di cuore: il rischio che qualcuno di noi prendesse una "brutta strada" era un’ombra costante. Siamo stati allevati così, con il timore reverenziale delle bastonate sempre pronte a cadere. Col senno di poi, forse quel metodo ci ha davvero inculcato valori sani e un rispetto d’altri tempi, ma il prezzo è stato alto.
Essendo il primogenito, ero il bersaglio designato. Ero il primo a incappare negli errori che la vita mette davanti a un ragazzo e, soprattutto, la mia punizione doveva fungere da monito per tutti gli altri. In questo, devo ammettere che mio padre raggiunse il suo scopo: quasi tutti abbiamo trovato la stabilità in un impiego pubblico.
Mio padre era un uomo senza mezze misure: se la scuola non ingranava, la sentenza era immediata e definitiva: "A zappare". E io la terra l'ho conosciuta bene. Ricordo le estati a otto anni, quando la sveglia suonava alle due di notte per andare a irrigare i campi di mia madre. Il guardiano dell'acqua apriva i canali e noi dovevamo essere pronti a intercettare quel flusso prezioso prima che il sole cocente dell'alba lo facesse evaporare. Anche durante l'anno scolastico, la routine non concedeva tregua: la mattina sui banchi, il pomeriggio in campagna come factotum. La mia infanzia è stata un incastro di fatiche e responsabilità verso i fratelli più piccoli, con pochissimo spazio per il gioco. A complicare tutto, fino ai dieci anni, dovetti portare una benda sull'occhio sano per forzare il destro, pigro dalla nascita. Guardavo il mondo a metà, faticando il doppio.
Nell’estate del ’69, con la licenza media in tasca, iniziai a lavorare come "bombolaro". Consegnavo bombole del gas a domicilio per ventimila lire a settimana. Una miseria, ma per mio padre andava bene: il lavoro mi teneva lontano dall’ozio e dai vizi. Tuttavia, grazie alle mance, riuscivo a mettere da parte qualche risparmio. Il mio sogno aveva due ruote e si trovava nell'officina di Don Pippo, un meccanico d'altri tempi che col tornio e la saldatrice faceva miracoli, trasformando ferri vecchi in biciclette scintillanti.
Un giorno, Don Pippo mi indicò una bici che stava assemblando: quarantamila lire. Ne avevo già venticinquemila. Con il cuore in gola, chiesi la differenza a mio padre. Fu la mia prima, vera delusione: un "no" secco, immotivato, tagliente. Ma il desiderio era più forte della paura. Dopo tre settimane di mance sudate, mi ripresentai da Don Pippo con la somma completa. Fu il primo acquisto della mia vita, la mia prima indipendenza.
Cavalcare quel "ferro" era un’ebbrezza che assaporavo solo nel primo pomeriggio, mentre mio padre dormiva per recuperare le forze prima del turno di nove ore alla guida del bus. Mia madre era la mia complice silenziosa, custode di quel segreto. Sfrecciavo su e giù per l’arteria principale della borgata, sentendo il vento sul viso, finché non scoccava l’ora del suo risveglio.
Ma un giorno, la fortuna mi voltò le spalle. Mentre scendevo a tutta velocità, vidi una figura ferma davanti al portone: mio padre mi aspettava. Qualcuno gli aveva fatto la "soffiata": il figlio grande faceva le scorribande con un trabiccolo.
Iniziai a piangere ancora prima di fermarmi. Sapevo che mi aspettavano le botte, ma quello che accadde fu molto peggio. Con voce ferma, mi ordinò di scendere. Prese la bicicletta e iniziò a scagliarla contro il muro, ripetutamente. Poi, con tutto il suo peso, saltò sulle ruote distruggendo i raggi e deformando il telaio sotto i miei occhi increduli.
In pochi minuti, il mio sogno era tornato a essere un ammasso di ferro contorto. Senza dire una parola, mio padre caricò i resti e li riportò a Don Pippo, lasciandoli lì senza chiedere nulla in cambio. Oltre alla bici, quel giorno, si era spezzato qualcosa che nessuna saldatura avrebbe potuto riparare.


